Il Villaggio dei dannati
Prendete una città grigiamente post-industriale. Prendete, nella suddetta città, una zona particolarmente alienante e desolata. Squarciatela con ventidue binari invalicabili. Poi trasformate la fabbrica gigantesca su un lato della ferrovia in uno squallido centro commerciale, tutto famiglie di consumatori e luci al neon. Sull'altro lato dei binari piazzateci, come paracadutato da un altro pianeta, un agglomerato di edifici di cemento e vetro, persi nel nulla. Aggiungete due cerberi lobotomizzati che non consentono ad alcun privato cittadino di accedere alla suddetta zona, se non munito di lasciapassare diplomatico, di bollo e controbollo, di imprimatur papale.
Ecco dove c'è stata, per alcuni giorni solamente a Dio piacendo, la seconda sede della libreria di Plexiglass e Blendung. Che genialata, eh?
Tutto è cominciato alcuni giorni prima. Allettati dalla prospettiva di diventare l' international bookshop in un Evento di Rilevanza Mondiale, io e Plexiglass ci lanciamo a capofitto nell'impresa di allestire in 72 ore una libreria internazionale, comprensiva di giornali stranieri e libri in lingua nonché solidalmente fruibile dai meno abili (ovvero: se sei in carrozzella puoi girarci senza finire come la pallina in un flipper a forza di rimbalzare contro gli spigoli dei mobili, detto in modo brutale).
Dopo varie peripezie burocratiche e contrattempi logistici, iniziamo l'allestimento. Ovviamente dobbiamo sacrificare l'unica domenica libera dopo un mese rabbioso di lavoro per la vendita dei testi scolastici. Partiamo in tre all'alba delle dieci e mezza del mattino. Siamo lavoratori, mica coglioni masochisti... Io, Plexiglass e il Gentile Consorte di quest'ultima che per l'occasione sfoggia un look da vero clandestino rumeno, come lui stesso dichiara. D'altra parte anche il Ducato che ci ha gentilmente procurato rientra nel look da nomade ricercato. Va bene, so già che ci fermeranno e la polizia mi arresterà per caporalaggio, visto che sono l'unico vestito in modo decente.
A bordo del Ducato bianco, sporco e bollato, raggiungiamo la sede principale della libreria. Ci fermiamo per pranzo ancor prima di entrare. Siamo lavoratori, mica coglioni masochisti... Per loro lasagne, per me pasta con le cozze. E un bel litrozzo di sfuso della casa, per temprarci in vista del lavoro. Alle tre e mezza siamo al caffè e all'amaro, senza aver ancora toccato un libro, quando ci raggiunge il Giovin Commesso, reduce da un sabato sera degno di Bukowsky e con la stessa faccia di Bukowsky sessantenne, malgrado abbia vent'anni.
Iniziamo a lavorare. Come una banda di provetti topi da appartamento, prendiamo a buttare a casaccio nel furgone tutto ciò che troviamo in bottega: le pile invendute di Baricco, i libri in dialetto della Croazia del Sud, le agende del 1974, i segnalibri scalpellati via da agglomerati di polvere di anni e anni, neanche li avessero stampati a Pompei. Alla fine buttiamo dietro nel cassone anche il Giovin Commesso, incuranti del fatto che probabilmente soffocherà nel tragitto, e ci avviamo con orgoglio da scafisti verso la seconda sede, la gloriosa succursale dove saremo protagonisti di un Evento di Rilevanza Internazionale, con afflusso da tutti i paesi conosciuti della terra e anche da qualcuno extraterrestre.
Ci accoglie un quartiere deserto, il vento che ulula fra i pilastri di cemento trascinando brandelli di giornale e borse di plastica vuote. Il silenzio è irreale e mi aspetto da un momento all'altro la comparsa di Clint Eastwood che incede lungo la strada principale con le mani sulle pistole e la cicca in bocca. Ma non succede, non c'è nemmeno lui, non c'è nemmeno la sua controfigura. Siamo soli.
Iniziamo a lavorare. Per primo scarichiamo il Giovin Commesso, lo rianimiamo, le elettrofibrilliamo per riavviare il battito cardiaco e poi passiamo alle casse di libri.
Il locale a noi destinato, capolavoro del design e dell'architettura futuribile di un rinomato progettista straniero, ci accoglie subito con una simpatica puzza di fogna stantia. Che meraviglia, che impatto accattivante avrà sui clienti, di certo ricorderà loro la pittoresca Cloaca Massima di Roma antica! A ben pensarci, è normale che ci sia puzza, visto che all'interno ci sono 47 gradi e l'intero ambiente è sigillato peggio di una navetta della NASA, senza possibilità di aprire neanche uno spiraglio per far circolare l'aria. Certo, si potrebbe sempre prendere a picconate una delle stilosissime pareti di vetro, riducendola in minuscoli frammenti... Vabbe': ci teniamo caldo tropicale e puzza di fogna e iniziamo a lavorare. Il risultato è più che soddisfacente. Abbiamo libri in cinquantadue lingue, soprammobili inutili e di cattivo gusto, penne e taccuini dal costo esorbitante, insomma: tutto ciò che piace alla gente. Abbiamo calcolatrici, carta da regalo, biglietti da visita, blocchi per ricevute e un fantascientifico apparecchio per i bancomat su cui ogni transazione, fra commissione e collegamento satellitare, viene a costarci sui cinquantatré euro, a fronte di un incasso di cinque.
Il primo sospetto sulla bontà dell'affare mi viene quando io e il Giovin Commesso, per comprare un pacchetto di sigarette, dobbiamo camminare per circa cinquanta minuti in mezzo al nulla e senza incontrare anima viva. Che sia un quartiere vagamente desolato e abbandonato da Dio e dagli uomini? Ma chi se ne frega: tanto mica siamo lì per vendere libri a quei pezzentoni degli abitanti autoctoni! Noi siamo il fulcro dell' Evento Internazionale, venderemo a talebani e bengalesi, a monegaschi e malgasci, a venusiani e fenici. Verremo conosciuti da Samarcanda a Piossasco, da Timbuctù a Segrate, dal Manzanarre al Reno!
(Continua...)


