Bilancio di metà esercizio. (Nel mezzo del cammin di nostra vita...)
Stavo tornando a casa. Era il tramonto: in questa stagione il tramonto ha uno strano tempismo. Forse ero solo un po' annoiato, o forse avevo sbagliato la scelta della colonna sonora, troppi C.S.I. e poca Donatella Rettore; resta il fatto che mi sono imbarcato in un bilancio consuntivo della libreria, ma non nei soliti deprimenti termini economici, stavolta mi sono trovato a fare un bilancio delle persone che questo lavoro mi ha dato o mi ha tolto. Ovviamente, essendo fatto come sono, mi sono attorcigliato tutto sulla colonna delle poste passive. Eccole, elencate in rigoroso ordine cronologico, come se metterle in ordine potesse renderle meno amare.
Lei è stata uno dei motivi per cui ho accettato di provare ad aprire una libreria. Non ero più innamorato di lei, ma mi piaceva averci a che fare, averla attorno, mi piaceva e basta. Strano pensare che non fosse in fondo riuscita a ferirmi quando pendevo come un idiota dalle sue (belle) labbra, e che invece mi abbia fatto male quando ormai di lei non mi interessava davvero più nulla, quando era diventata un fastidioso peso morto per il mio lavoro, visto che era uscita dalla mia vita molto tempo prima. Ancora adesso mi disturba non riuscire ad eliminare quella bava di rancore e fastidio che provo nei suoi confronti, ma ho messo insieme questi due sentimenti a tutti gli altri che mi hanno unito a lei. È triste che si elidano a vicenda, dando luogo a un nulla di fatto, a un nulla di capito, a un nulla di sentito. Restano le persone che avevo vicino in un'occasione come nell'altra, ma di lei resta poco.
Lei c'era prima della libreria. Non ci si vedeva quasi mai, ognuno perso in zone diverse della stessa pianura, geograficamente e mentalmente, ma ci si parlava, e molto. Avevamo addirittura perso l'abitudine al telefono: eravamo due creature notturne e preferivamo scrivere ciò che volevamo dirci. Ci sembrava che la tranquillità delle ore piccole, la calma della scrittura, la sincerità della completa solitudine potessero dare un colore più acceso al raccontarci reciproco che era la nostra amicizia. Iniziando a lavorare, ho capito subito che ciò che il lavoro ruba è il tempo: non è la fatica, non è la preoccupazione e neppure la responsabilità ad essere il prezzo che esige avere un mestiere. Il prezzo sono le giornate ridotte a niente, le notti imbestiato dal sonno e dalla preoccupazione della sveglia il mattino dopo. Il prezzo è stato averla offesa, averla trascurata. Non mi ha perdonato il tradimento, lei che era stata testimone complice di tante mie storie, di tanti miei marasmi. Non mi ha perdonato e ha fatto bene: non mi sono perdonato neppure io, ascoltando il duca mio che dicea pur "guarda che da me tu non sia mozzo".
Lui è mio padre. Non ci siamo mai voluti bene, anzi, credo che ci si sia sempre irritati a vicenda, per una profonda incompatibilità di interessi, di visioni del mondo, di modo di stare sulla terra. Per un certo periodo ho creduto di aver trovato un terreno solido su cui riposare: mi piaceva pensare al nostro rapporto come una cortese collaborazione d'affari, là dove gli affari sono la gestione della sua vita. Io la mia me la smazzo da solo, grazie. Stima, correttezza, competenza e cortesia. Credo adesso che invece il mio lavoro abbia minato tutto ciò, anche se ipocritamente la sua bella facciata è ancora perfettamente imbiancata. Il mio lavoricchio, la mia botteguccia da quattro soldi, la mia assenza giorno dopo giorno, le mie preoccupazioni deviate su un altro soggetto: quanta ipocrisia ci vuole per far finta da parte sua che nulla sia cambiato. Da parte mia posso ravvisare solo un menefreghismo un po' crudele per la sua delusione. Non è mai stato possibile che diventassi ciò che lui voleva, bastava guardarmi. Non c'era bisogno di questo lavoro per capirlo. Nullo martiro, fuor che la tua rabbia, sarebbe al tuo furor dolor compito.
Lui c'è da tanto, da tantissimo tempo. Ci siamo visti e guardati adolescenti, poi giovani ed infine da uomini. Credo mi abbia visto piangere; non so, non ricordo, ma mi sembra di sì. Sicuramente mi ha visto molto ubriaco, molto fumato, molto triste, molto allegro, molto confuso, molto buono, molto cattivo, molto imbarazzato, molto tutto. Io non l'ho mai giudicato: se qualcuno mi chiedeva di lui, per anni mi sono limitato a rispondere che era la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, e lo è ancora adesso, un primato insuperato. Peccato che le nostre intelligenze ci abbiano portato su strade così diverse: io inflessibilmente assetato di tolleranza, lui di rigore in modo altrettanto rigido; lui rinchiuso in una scorza di nervosa superficialità, io in una corazza di freddezza misantropa; io in balia di un edonismo che ha consumato se stesso e tutto il resto, lui abbarbicato a una morale che sta su con i puntelli. Certo, qualcosa ancora ci unisce: la testardaggine, l'asocialità, alcune curiose sincronicità di cui credo non sia conscio. E poi la frustrazione, ognuno irreparabilmente insoddisfatto della propria vita. Una volta parlavamo spesso di questo fra noi, ma ultimamente avevamo vergogna e siamo rimasti fra noi senza voce, ammutoliti. Quest'inno si gorgoglian ne la strozza, ché dir nol posson con parola integra. Lui non mi ha perdonato di non essermi mai alzato in piedi, io non riesco a dimenticarmi di quando ha voltato la schiena alla mia debolezza. Mi manca, anche se non riesco mai a capire quale delle sue voci vorrei sentire di nuovo né so se quelle voci sono ancora dentro di lui, ma per qualche motivo non riesco a pensare che sia una storia chiusa, come le altre.
Nel bilancio seguono altre poste, più piccole o meno pertinenti: persone che si sono affievolite, ma la colpa non è della libreria. Lei ha solo fornito un paio di pretesti, malamente costruiti e in fretta smontati. Non c'è addirittura colpa, solo il normale scorrere del tempo sulle nostre facce.
(Di fianco ci sono le poste attive. Mi basta scorrerle velocemente per sentirmi meno triste, specie in questo periodo: una persona che riesce ad illuminare le mie giornate anche con il suo broncio mattutino, con cui sento la risata e l'affetto scorrere anche sotto le litigate; un altro, un aggrovigliato enigma di solidità e storture; una persona cui in fondo sono affezionato, malgrado molesti le mie ore; un'altra che corre il rischio di scalfire la corteccia indurita, mentre io osservo, impaurito e impaziente, che il mio albero si dimostri ancora vivo, mentre che la speranza ha fior del verde. Impossibile scriverne, ingiusto scriverne: il loro posto è accanto a me, non su questa pagina.)


