Perché tu mi dici: poeta?
Dopo anni di esperienza, ormai non mi fregate più. Assomigliate molto ai filosofi, come loro sembrate esservi vestiti con gli abiti smessi della parrocchia, come loro vi spettinate con cura tutte le mattine e vi scompigliate la barba con la lacca. Voi, però, siete meno saccenti, siete addirittura un po' timidi e probabilmente vi esercitate per anni al solo scopo di tradire col vostro aspetto un che di nevrotico e tormentato.
Normalmente esordite tutti con una domanda viscidamente ambigua, che celi il vostro vero intento e intrappoli l'incauto libraio come una mosca nella tela del ragno. Potete chiedere: "Ma voi vendete anche libri di poesia?", piuttosto che: "Trattate anche piccoli editori indipendenti?". Anni fa, quando ancora ero ingenuo e pieno di ideali, rispondevo affermativamente, tradendo anche un certo entusiasmo. Certo: la Poesia, l'Editoria Indipendente... Vieni qui, compagno, parliamo assieme della Merini e della Achmatova, davanti a un bicchiere di bianco. Poi ho capito e adesso, alle stesse domande, rispondo con un falso sorriso da rettile, già pronto alla domanda successiva, che immancabilmente è: "Ah, bene, perché io scrivo poesie e mi chiedevo se posso lasciarvi alcune copie del mio libro...".
E no che non puoi lasciarmele. Non puoi lasciarmele perché mi fa tristezza vederle sepolte da strati secolari di polvere, mi addolora vederle ignorate da migliaia di persone, e soprattutto non sopporto la tua faccina delusa quando ogni porca settimana mi vieni a chiedere se ne ho venduto anche solo uno, una misera copia. Rassegnati: neanche tua zia Pina è disposta a comprarlo, non rivedrai mai i soldi che ti hanno succhiato per pubblicarti questo aborto creativo, questo sussulto post-adolescenziale.
Io non ho nulla contro i poeti, probabilmente mi mangerò le mani quando scoprirò che il Nobel della Letteratura era venuto da me con il suo zainetto pieno di libretti da piazzare, ma la statistica è impietosa: la metà di voi non verrebbe accettata neanche come paroliere di Marcella Bella, mentre l'altra metà, quella sperimentale, lascerebbe sbigottito anche Wittgenstein, da quanto è incomprensibile e contorta. E poi chi sono io per separare la crusca dal grano? Io, che ho mandato il mio animo poetico in vacanza ad Alcatraz anni fa, biglietto di sola andata. Certo, anch'io, da bravo adolescente idiota, ho scritto una poesia, ma prima ancora di finirla avevo deciso che era una schifezza e ho fatto voto a San Crisostomo di non provarci mai più, di risparmiare i miei versi ad un mondo che di merda ne aveva già fin troppa. Ovviamente mi sono dedicato a danneggiare un paio di altre arti, ma si sa che ogni persona uccide ciò che ama.
In realtà, più che con voi, vati dilettanti, mi incazzo con quegli editori che si fanno pagare milionate per pubblicare i vostri passatempi, approfittandosi indegnamente del bisogno che abbiamo tutti di far sentire ad altri ciò che viviamo. Uno sciacallaggio che si approfitta di una desolante stortura sociale: che tristezza.
Potrebbe servirti, povero poeta autoprodotto, stare a sentire qualcuno che legge le tue poesie ad alta voce, magari commentandole. E che poi ti legga anche qualcosa di Montale o di Caproni. Forse allora ti renderesti conto che gli unici brani interessanti sono quelli che hai scopiazzato da altri autori e che il resto, forse, avrebbe fatto una fine più degna rimanendo sepolto nel tuo quadernetto con la copertina di Anne Geddes, dove sarebbe stato solo tuo e non carne per fare soldi.
In più, a quest'ora, avresti ancora i soldi per un maglione decente e un buon barbiere, ché ne hai davvero bisogno.


