sabato, 11 novembre 2006

Ritorno al Villaggio dei Dannati

Per motivi di organizzazione interna ho passato solo un pomeriggio nella succursale temporanea della nostra libreria, aperta in occasione di un Evento di Prestigio Internazionale. Una domenica pomeriggio, reduce da un piacevole week-end interrotto a metà per questo motivo, approdo al centro commerciale che fronteggia la sede secondaria. Famigliole festanti di simpatici subumani lobotomizzati, consumismo adrenalico verniciato di felicità entusiasta, incompetenza e maleducazione a caro prezzo con colonna sonora ossessiva di musica da fiera di paese. Mi faccio strada attraverso questo girone infernale e approdo, orgoglioso e altezzoso, all'empireo degli eletti. Sfoggiando il mio pass professionale, con orribile mia foto acclusa, accedo alla zona off-limits: una passerella pedonale sospesa sui relitti alla Blade Runner di una metropoli in declino, sui mozziconi arrugginiti dei binari di una ferrovia industriale, un instabile arco di cemento fra l'inferno in stile shopping-mall e il nulla.
Approdo dunque sul lato del nulla. Nessuno. Vuoto. Non un essere umano. Attraverso i vetri scorgo Plexiglass e il Gentile Consorte che si fanno allegramente i cavoli propri in una libreria deserta. Entro e il Gentile Consorte mi dà il benvenuto alla Fortezza Bastiani: affacciata sul nulla e popolata di persone che non fanno altro che aspettare dei tartari che mai arriveranno. Apprezzo la battuta e il colto riferimento letterario, ma il mio meschino lato da commerciante inizia a preoccuparsi. Come? Non si incassa? Niente soldini? Neanche sotto forma di carta di credito? Di bancomat? Occazzo.
Vengo a sapere in breve che non è entrato nessuno. Ma non al mattino: non è entrato nessuno MAI, mai nessuno dall'apertura, tre giorni prima! Comincio a computare i costi e medito sul Giovin Commesso, che finora si è occupato di questa succursale deserta, cercando un modo di abbattere i costi di personale, magari anche abbattendo direttamente il personale medesimo. I morti non incassano buste paga, si sa. In breve risulta che il Giovin Commesso ha passato le sue giornate scroccando decine di bicchieri di liquore alle erbe alla signora della pasticceria di fianco, probabilmente tanto esasperata dalla noia da pagare in questo modo al ragazzo una marchetta fatta di due parole umane e una presenza amica.
Congedo Plexiglass e il Gentile Consorte, dopo aver consumato assieme una torta Sacher e un po' di liquore. Siamo lavoratori, mica coglioni masochisti... Appena pronuncio le parole “Ma voi andate pure, tanto qui basto io.”, Plexiglass e il Consorte si guardano negli occhi. Poi, come cerbiatti in amore appena sfuggiti alle grinfie dei bracconieri, si lanciano a rotta di collo verso l'uscita, mentre le loro risate insensate riecheggiano lungo i deserti corridoi di cemento della sede dell'Evento Internazionale. Resto solo. Solo davvero. Non c'è una cane zoppo nel giro di un chilometro quadrato, se non la povera signora della pasticceria e due idrofobi baristi.
Faccio un giro nel negozio: i libri sono perfettamente puliti, ordinati e curati. Non ne manca neppure uno. Porcaputtana, neanche uno! L'odore di fogna ora si mescola piacevolmente all'incenso fornito da noi nel disperato tentativo di rendere l'aria respirabile. In realtà ci vorrebbe un depuratore industriale per ovviare all'inconveniente.
Bene, ho fatto il giro del negozio. Quanto tempo è passato? Dieci minuti. Devo solo più restare lì... quarantasette volte dieci minuti. Comincia a salirmi un po' d'ansia e guardo fuori dalle vetrate come un cucciolo del canile guarda fuori dalla gabbia.
Caffè e sigaretta. Nessuno. Mi siedo al bancone e comincio a leggere. Forse il week end è stato un po' troppo divertente, visto che mi addormento quasi immediatamente. Mi risveglio. Sigaretta. Non c'è nessuno. Bene sono passati altri dieci minuti, ne mancano solo più quattrocentoquarantacinque. Mi rammarico di non aver preso con me la mia Beretta per farla finita in questo preciso istante. Caffè e sigaretta. Vado a vedere gli altri negozi, i colleghi di sventura. Nel negozio di prodotti tipici, la commessa dà evidenti segni di squilibrio, visto che parla appassionatamente con una provola delle sue disgrazie sentimentali. Il ragazzo del negozio di merchandising dell' Evento Internazionale sta palesemente chattando, presumibilmente una chat porno, visto che ha l'occhio allupato a mezz'asta. O forse è solo sull'orlo del collasso nervoso. La signora della pasticceria, invece, è irreperibile. Probabilmente si è data alla macchia. Approfitto del breve tour: caffè e sigaretta. Temo che per la fine del turno avrò la cirrosi epatica che si litiga i miei resti con un enfisema polmonare. I colleghi degli altri negozi ne approfitteranno per svagarsi con un giro di scommesse clandestine su chi mi darà il colpo di grazia. Ancora quattrocentoventi minuti. Ne ho già scontati sessanta. Mi sento come Silvio Pellico, come il Conte di Montecristo, altro che il Tenente Drogo.
Torno in libreria, cerco di nuovo di leggere. Baratterei mia madre con un pc collegato a internet; l'esistenza di entrambi i miei genitori con una dose di uno stupefacente qualsiasi; la vita di Plexiglass con una copia della Settimana Enigmistica: l'idea della Pagina della Sfinge mi provoca allucinazioni orgasmiche.
Comincio a telefonare, devo appurare che il mondo esterno ancora esista al di là di questo recinto di vetro su una landa marziana. Faccio in tempo a comporre il numero che, MIRACOLO!, entra un cliente. Non ci posso credere: un cliente! E compra pure. Poco importa che sia su una carrozzina, che sia americano e che non dica una parola, neanche quando io cerco di fare conversazione. E voglio dire: io che cerco di parlare con un cliente dà l'idea di quanto sia disperato.
Sarà l'unico cliente pagante della giornata.
Entreranno poi:
- una coppia di cinesi alti 1.90 e grossi come un letto a due piazze. Ma i cinesi non erano tutti piccoli? Non importa, saranno degli Ogm. Degli Ogm muti e cafoni. Cercano di parlarmi in cinese e a quanto pare si offendono, visto che mi ostino a usare una lingua più evoluta, che non cambia di significato a seconda dell'intonazione e che non si scrive con dei disegnini fatti da una mosca cascata nell'inchiostro;
- un polacco che mi prende per un'agenzia turistica e mi chiede di prenotargli una camera in un albergo, cosa che faccio. O forse mi sta proponendo di andare in albergo con lui. Difficile dirlo, visto che parla inglese peggio di me. Non importa: gli prenoto la stanza e lo imbarco su un taxi con un sorriso, il mio sfavillante esordio nel meretricio è rimandato. Anche se, ripensandoci, forse sarebbe stato un modo per rientrare un po' delle spese. Dovrò proporlo a Plexiglass: al prossimo Evento di Rilevanza Internazionale organizzeremo un giro di squillo poliglotte;
- un vecchio alpino in palese stato di ubriachezza che fa finta di interessarsi ai libri, ma in realtà ha come solo scopo quello di sentire i risultati delle partite dalla mia radio. Cortese e disponibile come sempre, appena mi accorgo che il vecchio aguzza le orecchie verso la radiocronaca, cambio e metto sulla filodiffusione. Tie', beccati Dvòrak e schiatta dalla curiosità di sapere che ha fatto l'Inter;
- la commessa del negozio di prodotti tipici, che è talmente isterica e noiosa da farsi mandare mandare affanculo anche dalla provola con cui stava facendo autocoscienza. In breve tempo si accorge che la formaggetta è assai più comunicativa ed empatica di me, che ormai sono a un livello di noia che trascende ogni grado di stagionatura;
- un simpatico coniglio rosa con gli occhiali e un salvagente verde, che entra agitando una lunga coda piumosa e mi intrattiene parlando delle ultime novità cinematografiche. Malgrado senta una profonda empatia e sintonia intellettuale con lui, mi lascia perplesso che, quando lo porto al bar a prendere il caffè, la cameriera non riesca a vederlo. E neanche il barista. E nessun altro oltre a me. Ad ogni modo ho il suo numero di cellulare. E anche quello della casa che affitta nella Cintura di Orione. Dovrei rivederlo presto.

I minuti passano, lenti e viscosi come melassa, come liquore alle erbe e caffè. Lontano riecheggia una musica: un disco di Bon Jovi, sparato a tutto volume dal bar. Lo dovrò sentire tutto, tutto intero e non una volta sola, ma cinque. Cinque volte. Trascendo ed ascendo a un nuovo piano di coscienza, mentre l'ora si fa tarda. Probabilmente mi metto a dormire, ma non ne sono certo. Mi risveglio, sopraffatto dalla puzza di cloaca.
A questo punto subentra la crisi esistenziale: la mia figura si staglia contro il paesaggio suburbano di traversine e rotaie, mentre nel crepuscolo che si scurisce balenano le luci distanti del centro commerciale. Pallide figure di volontari e partecipanti si aggirano smarriti per il luogo desolato. Visto che dell'eroe romantico ho poco, raccatto i miei bagagli, e mi avvio intrepido nella notte, chiudendo con due ore di anticipo.
E fanculo all'Evento Internazionale. D'ora in poi alla Fortezza Bastiani ad aspettare i Tartari ci spedisco il Giovin Commesso, ché io sento la sabbia nella mia clessidra scorrere veloce e ho di meglio che fare la muffa qui dentro.
Sarò anche un lavoratore, ma mica sono un coglione masochista...

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 12:22 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 08 novembre 2006

Cartoline dall' inferno


Si aggirano nei pressi del centro scrutando e aspettando che il ragazzo delle promo-card faccia il suo ingresso nelle botteghe. Il poveretto non sa di venire pedinato, non immagina che ogni suo movimento viene fotografato e catalogato da un'orda di vecchietti con un piede nella fossa che non aspetta altro che lui rimpingui gli espositori per poi trascinarsi all'interno sfoggiando, attraverso le spesse lenti da presbite, sguardi vogliosi. La loro determinazione fa paura, la loro audacia fa venire i brividi, la loro rincoglionitaggine fa venir voglia di prenderli a sprangate.
Non entrano mai tutti insieme, si dividono i negozi, per essere sicuri che TUTTE le cartoline verranno razziate È una vera e propria lobby che detiene il potere di vita e di morte su ogni cartolina promozionale e sui loro produttori. Si dice infatti che, questi ultimi, abbiano cercato in ogni modo di impedire tale barbarie, ma LORO sono più forti: esistono sedi in ogni città d'Italia, con tanto di turni di guardia e vedette appostate 24 ore su 24. Nella mia città, dopo ogni incursione, si trovano in un giardinetto per scambiarsi la merce: litigano; si insultano; infamano nipoti, figli e le buonanime delle mogli. A volte si minacciano a vicenda coi loro bastoni da passeggio, digrignando le dentiere zannute.
Noi, che non ci facciamo mancare nulla, abbiamo il nostro Vegliard-Card-Killer. Arriva dopo la siesta postprandiale. Saluta con un cenno del capo: non può perdere tempo, il tempo, soprattutto per lui, è prezioso. Veloce come un ratto scende la scala con la speranza di essere il primo fortunato a posare le zampe rugose e artritiche sulla nuova collezione. Con le mani tremanti (non ho ancora capito se per il Parkinson galoppante o per l'emozione) le sfila, le ammira, biascica qualche commento circa la rarità della specie, infine le imbosca nella cartellina professionale da impiegato comunale prima di trascinarsi su per la scala, questa volta con un passo più rilassato. O forse dovrei dire, affannato. Con un sorriso, che mi piacerebbe definire smagliante, mentre è solo raccapricciante, saluta con un “Ben gentile, eh”. Ed è a quel punto che io lo odio con tutte le mie forze. Anzi, li odio tutti senza discriminazioni, ma a lui lo odio di più.
Ogni volta che entra spero venga fulminato sulla via dell'espositore. Sto seriamente pensando di elettrificarlo per rendere la cosa sicura e definitiva. Oppure potrei spingerlo giù dalle scale, ma sono certa che userebbe le ultime forze per depredare le cartoline e farsi seppellire con queste, ed io non posso permetterlo. Io, Plexiglass, sono stata scelta per vendicare centinaia e centinaia di promo card strappate con la forza da vecchi senza scrupoli che, invece di badare ai nipoti o di giocare a carte in qualche bocciofila di periferia, rompono i coglioni a tutta la filiera delle Promo-cards senza alcuna pietà: dagli alberi che vengono abbattuti al ragazzetto che gira come un'oca lorda, credendo ingenuamente di fare pubblicità, ritrovandosi suo malgrado a far parte di un losco giro di spaccio fra plurinovantenni sfaccendati.

Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 15:38 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 06 novembre 2006
Il Villaggio dei dannati

Prendete una città grigiamente post-industriale. Prendete, nella suddetta città, una zona particolarmente alienante e desolata. Squarciatela con ventidue binari invalicabili. Poi trasformate la fabbrica gigantesca su un lato della ferrovia in uno squallido centro commerciale, tutto famiglie di consumatori e luci al neon. Sull'altro lato dei binari piazzateci, come paracadutato da un altro pianeta, un agglomerato di edifici di cemento e vetro, persi nel nulla. Aggiungete due cerberi lobotomizzati che non consentono ad alcun privato cittadino di accedere alla suddetta zona, se non munito di lasciapassare diplomatico, di bollo e controbollo, di imprimatur papale.
Ecco dove c'è stata, per alcuni giorni solamente a Dio piacendo, la seconda sede della libreria di Plexiglass e Blendung. Che genialata, eh?
 
Tutto è cominciato alcuni giorni prima. Allettati dalla prospettiva di diventare l' international bookshop  in un Evento di Rilevanza Mondiale, io e Plexiglass ci lanciamo a capofitto nell'impresa di allestire in 72 ore una libreria internazionale, comprensiva di giornali stranieri e libri in lingua nonché solidalmente fruibile dai meno abili (ovvero: se sei in carrozzella puoi girarci senza finire come la pallina in un flipper a forza di rimbalzare contro gli spigoli dei mobili, detto in modo brutale).
Dopo varie peripezie burocratiche e contrattempi logistici, iniziamo l'allestimento. Ovviamente dobbiamo sacrificare l'unica domenica libera dopo un mese rabbioso di lavoro per la vendita dei testi scolastici. Partiamo in tre all'alba delle dieci e mezza del mattino. Siamo lavoratori, mica coglioni masochisti... Io, Plexiglass e il Gentile Consorte di quest'ultima che per l'occasione sfoggia un look da vero clandestino rumeno, come lui stesso dichiara. D'altra parte anche il Ducato che ci ha gentilmente procurato rientra nel look da nomade ricercato. Va bene, so già che ci fermeranno e la polizia mi arresterà per caporalaggio, visto che sono l'unico vestito in modo decente.
A bordo del Ducato bianco, sporco e bollato, raggiungiamo la sede principale della libreria. Ci fermiamo per pranzo ancor prima di entrare. Siamo lavoratori, mica coglioni masochisti... Per loro lasagne, per me pasta con le cozze. E un bel litrozzo di sfuso della casa, per temprarci in vista del lavoro. Alle tre e mezza siamo al caffè e all'amaro, senza aver ancora toccato un libro, quando ci raggiunge il Giovin Commesso, reduce da un sabato sera degno di Bukowsky e con la stessa faccia di Bukowsky sessantenne, malgrado abbia vent'anni.
Iniziamo a lavorare. Come una banda di provetti topi da appartamento, prendiamo a buttare a casaccio nel furgone tutto ciò che troviamo in bottega: le pile invendute di Baricco, i libri in dialetto della Croazia del Sud, le agende del 1974, i segnalibri scalpellati via da agglomerati di polvere di anni e anni, neanche li avessero stampati a Pompei. Alla fine buttiamo dietro nel cassone anche il Giovin Commesso, incuranti del fatto che probabilmente soffocherà nel tragitto, e ci avviamo con orgoglio da scafisti verso la seconda sede, la gloriosa succursale dove saremo protagonisti di un Evento di Rilevanza Internazionale, con afflusso da tutti i paesi conosciuti della terra e anche da qualcuno extraterrestre.
Ci accoglie un quartiere deserto, il vento che ulula fra i pilastri di cemento trascinando brandelli di giornale e borse di plastica vuote. Il silenzio è irreale e mi aspetto da un momento all'altro la comparsa di Clint Eastwood che incede lungo la strada principale con le mani sulle pistole e la cicca in bocca. Ma non succede, non c'è nemmeno lui, non c'è nemmeno la sua controfigura. Siamo soli.
Iniziamo a lavorare. Per primo scarichiamo il Giovin Commesso, lo rianimiamo, le elettrofibrilliamo per riavviare il battito cardiaco e poi passiamo alle casse di libri.
Il locale a noi destinato, capolavoro del design e dell'architettura futuribile di un rinomato progettista straniero, ci accoglie subito con una simpatica puzza di fogna stantia. Che meraviglia, che impatto accattivante avrà sui clienti, di certo ricorderà loro la pittoresca Cloaca Massima di Roma antica! A ben pensarci, è normale che ci sia puzza, visto che all'interno ci sono 47 gradi e l'intero ambiente è sigillato peggio di una navetta della NASA, senza possibilità di aprire neanche uno spiraglio per far circolare l'aria. Certo, si potrebbe sempre prendere a picconate una delle stilosissime pareti di vetro, riducendola in minuscoli frammenti... Vabbe': ci teniamo caldo tropicale e puzza di fogna e iniziamo a lavorare. Il risultato è più che soddisfacente. Abbiamo libri in cinquantadue lingue, soprammobili inutili e di cattivo gusto, penne e taccuini dal costo esorbitante, insomma: tutto ciò che piace alla gente. Abbiamo calcolatrici, carta da regalo, biglietti da visita, blocchi per ricevute e un fantascientifico apparecchio per i bancomat su cui ogni transazione, fra commissione e collegamento satellitare, viene a costarci sui cinquantatré euro, a fronte di un incasso di cinque.
Il primo sospetto sulla bontà dell'affare mi viene quando io e il Giovin Commesso, per comprare un pacchetto di sigarette, dobbiamo camminare per circa cinquanta minuti in mezzo al nulla e senza incontrare anima viva. Che sia un quartiere vagamente desolato e abbandonato da Dio e dagli uomini? Ma chi se ne frega: tanto mica siamo lì per vendere libri a quei pezzentoni degli abitanti autoctoni! Noi siamo il fulcro dell' Evento Internazionale, venderemo a talebani e bengalesi, a monegaschi e malgasci, a venusiani e fenici. Verremo conosciuti da Samarcanda a Piossasco, da Timbuctù a Segrate, dal Manzanarre al Reno!
(Continua...)
Esecuzione curata da: Blendung alle ore 14:22 | Permalink | commenti
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