mercoledì, 31 maggio 2006
Sei personaggi in cerca di lavoro.
 
 
 
Si avvicina il periodo della scolastica. Lo so, lo so, le scuole devono ancora finire, gli studentelli assaporano già le vacanze immaginando flirt chi con il bagnino, chi con la valchiria svedese. Alt, stop, repeat! I sogni, come i tempi, sono cambiati: adesso le protagoniste delle polluzioni notturne maschili sono le veline e le sgallettate sospirano al solo pensiero di ritrovarsi lingua a lingua con uno dei ragazzi , pardon Amici, di MariaDeFilippi. E, una volta ritornati a casa, quanta femminea disperazione, quante cazzate raccontate agli amici. Come cantava Renato Zero: “Spiagge, Dipinte in cartolina, Ti scrivo tu mi scrivi, Poi torna tutto come prima, L'inverno passerà, Tra la noia e le piogge, Ma una speranza c'è, Che ci siano nuove Spiagge…”.
Ma non è di questo che volevo parlare.
I prodromi del periodo di vendita dei libri scolastici si possono avvertire già a Giugno: timidamente, come marmottine che escono dalla tana intontite dal letargo, alcuni giovanotti e giovanotte si avvicinano al nostro bancone, chiedendo se abbiamo bisogno di personale.
La prima selezione è questa: l’espressione vitrea, la balbuzie o il palese analfabetismo non sono titoli a favore. Non che si richieda Sartre reincarnato in George Clooney (No existentialism, no party), ma insomma…
Segue poi la fatidica domanda “Ma quando saresti libero? Perché noi avremmo bisogno per vendere i testi da scuola…” (si perdoni l’italiano, ma ci si deve esprimere in questo modo per venire rapidamente compresi dalle marmottine). La risposta è solitamente una sequela di buchi e ferie e pause ed esami e gare olimpioniche di lancio del cocomero inframmezzati a tornei internazionali di rubamazzetto. “Allora… Bene, però io a giugno ho un esame. A luglio vado al mare, posso lavorare dal dodici al quattordici, perché poi parto per Cervinia. Ad Agosto vado a fare il bagnino sulla costa dell’Iraq occupato. Poi a settembre sono completamente libero, tranne che per i giorni dall’uno all’otto, che devo badare alla nonna, e dal dieci al quindici, che mi faccio rifare il setto nasale. Ah, dimenticavo, dal diciassette al venti ho i provini per il Grande Fratello, e poi dal venti ricominciano le lezioni e non posso più. Va bene, allora?”. Sempre difficile soffocare la voglia di chiedergli: “Ma se hai da fare tutte ‘ste cose, perché cazzo mi chiedi se ho bisogno?”. A volte lo chiedo, è vero, ma sempre inutilmente.
Spesso mi lasciano i curriculum, forse sono troppo timidi per parlare con me, e allora mi viene da pensare che un mestiere in cui parli con sconosciuti dieci ore al giorno non sia proprio adattissimo al personaggio. I curriculum (curricula, come va di moda chiamarli ora, siamo tutti latinisti a quanto pare) si rivelano utili per prendere appunti, disegnare, fare ordinazioni alla kebaberia all’angolo o nel caso in cui ci prendesse la fregola di origami selvaggio. Sul retro degli aironi e delle ranocchie si potrebbero leggere doti e titoli che farebbero ben figurare un ingegnere della Nasa: svariati master all’estero, esperienze di lavoro che variano dalla seccatura delle prugne in Anatolia alla gestione del crack Parmalat. Le lingue parlate manco le conosco tutte, visto che spaziano dal dialetto del sud-est cinese al gergo delle mondine di Vercelli, il tutto condito con qualità umane che pongono il candidato al livello di un Leonardo asceso i cielo e seduto alla destra del padre, tanto è buono e intelligente. Alcuni sembrano aver scritto il proprio curriculum non pensando a un lavoro stagionale in libreria, ma al processo di beatificazione in Vaticano, devono solo più inserire la voce: “Miracoli compiuti/Guarigioni taumaturgiche”. Peccato che tutte ‘ste cose le abbiano accumulate entro i 25 anni di età: che strano, io alla loro età pensavo solo a divertirmi, a rimorchiare e a fumare. Di certo non imparavo la contabilità binaria o a parlare in Visual Basic (e sottolineo: a parlare). Sono una fallita fancazzista.
(to be continued…)
 
Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 20:05 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 29 maggio 2006
Bilancio di metà esercizio. (Nel mezzo del cammin di nostra vita...) 



Stavo tornando a casa. Era il tramonto: in questa stagione il tramonto ha uno strano tempismo. Forse ero solo un po' annoiato, o forse avevo sbagliato la scelta della colonna sonora, troppi C.S.I. e poca Donatella Rettore; resta il fatto che mi sono imbarcato in un bilancio consuntivo della libreria, ma non nei soliti deprimenti termini economici, stavolta mi sono trovato a fare un bilancio delle persone che questo lavoro mi ha dato o mi ha tolto. Ovviamente, essendo fatto come sono, mi sono attorcigliato tutto sulla colonna delle poste passive. Eccole, elencate in rigoroso ordine cronologico, come se metterle in ordine potesse renderle meno amare.


Lei è stata uno dei motivi per cui ho accettato di provare ad aprire una libreria. Non ero più innamorato di lei, ma mi piaceva averci a che fare, averla attorno, mi piaceva e basta. Strano pensare che non fosse in fondo riuscita a ferirmi quando pendevo come un idiota dalle sue (belle) labbra, e che invece mi abbia fatto male quando ormai di lei non mi interessava davvero più nulla, quando era diventata un fastidioso peso morto per il mio lavoro, visto che era uscita dalla mia vita molto tempo prima. Ancora adesso mi disturba non riuscire ad eliminare quella bava di rancore e fastidio che provo nei suoi confronti, ma ho messo insieme questi due sentimenti a tutti gli altri che mi hanno unito a lei. È triste che si elidano a vicenda, dando luogo a un nulla di fatto, a un nulla di capito, a un nulla di sentito. Restano le persone che avevo vicino in un'occasione come nell'altra, ma di lei resta poco.

Lei c'era prima della libreria. Non ci si vedeva quasi mai, ognuno perso in zone diverse della stessa pianura, geograficamente e mentalmente, ma ci si parlava, e molto. Avevamo addirittura perso l'abitudine al telefono: eravamo due creature notturne e preferivamo scrivere ciò che volevamo dirci. Ci sembrava che la tranquillità delle ore piccole, la calma della scrittura, la sincerità della completa solitudine potessero dare un colore più acceso al raccontarci reciproco che era la nostra amicizia. Iniziando a lavorare, ho capito subito che ciò che il lavoro ruba è il tempo: non è la fatica, non è la preoccupazione e neppure la responsabilità ad essere il prezzo che esige avere un mestiere. Il prezzo sono le giornate ridotte a niente, le notti imbestiato dal sonno e dalla preoccupazione della sveglia il mattino dopo. Il prezzo è stato averla offesa, averla trascurata. Non mi ha perdonato il tradimento, lei che era stata testimone complice di tante mie storie, di tanti miei marasmi. Non mi ha perdonato e ha fatto bene: non mi sono perdonato neppure io, ascoltando il duca mio che dicea pur "guarda che da me tu non sia mozzo".

Lui è mio padre. Non ci siamo mai voluti bene, anzi, credo che ci si sia sempre irritati a vicenda, per una profonda incompatibilità di interessi, di visioni del mondo, di modo di stare sulla terra. Per un certo periodo ho creduto di aver trovato un terreno solido su cui riposare: mi piaceva pensare al nostro rapporto come una cortese collaborazione d'affari, là dove gli affari sono la gestione della sua vita. Io la mia me la smazzo da solo, grazie. Stima, correttezza, competenza e cortesia. Credo adesso che invece il mio lavoro abbia minato tutto ciò, anche se ipocritamente la sua bella facciata è ancora perfettamente imbiancata. Il mio lavoricchio, la mia botteguccia da quattro soldi, la mia assenza giorno dopo giorno, le mie preoccupazioni deviate su un altro soggetto: quanta ipocrisia ci vuole per far finta da parte sua che nulla sia cambiato. Da parte mia posso ravvisare solo un menefreghismo un po' crudele per la sua delusione. Non è mai stato possibile che diventassi ciò che lui voleva, bastava guardarmi. Non c'era bisogno di questo lavoro per capirlo. Nullo martiro, fuor che la tua rabbia, sarebbe al tuo furor dolor compito.

Lui c'è da tanto, da tantissimo tempo. Ci siamo visti e guardati adolescenti, poi giovani ed infine da uomini. Credo mi abbia visto piangere; non so, non ricordo, ma mi sembra di sì. Sicuramente mi ha visto molto ubriaco, molto fumato, molto triste, molto allegro, molto confuso, molto buono, molto cattivo, molto imbarazzato, molto tutto. Io non l'ho mai giudicato: se qualcuno mi chiedeva di lui, per anni mi sono limitato a rispondere che era la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, e lo è ancora adesso, un primato insuperato. Peccato che le nostre intelligenze ci abbiano portato su strade così diverse: io inflessibilmente assetato di tolleranza, lui di rigore in modo altrettanto rigido; lui rinchiuso in una scorza di nervosa superficialità, io in una corazza di freddezza misantropa; io in balia di un edonismo che ha consumato se stesso e tutto il resto, lui abbarbicato a una morale che sta su con i puntelli. Certo, qualcosa ancora ci unisce: la testardaggine, l'asocialità, alcune curiose sincronicità di cui credo non sia conscio. E poi la frustrazione, ognuno irreparabilmente insoddisfatto della propria vita. Una volta parlavamo spesso di questo fra noi, ma ultimamente avevamo vergogna e siamo rimasti fra noi senza voce, ammutoliti. Quest'inno si gorgoglian ne la strozza, ché dir nol posson con parola integra. Lui non mi ha perdonato di non essermi mai alzato in piedi, io non riesco a dimenticarmi di quando ha voltato la schiena alla mia debolezza. Mi manca, anche se non riesco mai a capire quale delle sue voci vorrei sentire di nuovo né so se quelle voci sono ancora dentro di lui, ma per qualche motivo non riesco a pensare che sia una storia chiusa, come le altre.

Nel bilancio seguono altre poste, più piccole o meno pertinenti: persone che si sono affievolite, ma la colpa non è della libreria. Lei ha solo fornito un paio di pretesti, malamente costruiti e in fretta smontati. Non c'è addirittura colpa, solo il normale scorrere del tempo sulle nostre facce.


(Di fianco ci sono le poste attive. Mi basta scorrerle velocemente per sentirmi meno triste, specie in questo periodo: una persona che riesce ad illuminare le mie giornate anche con il suo broncio mattutino, con cui sento la risata e l'affetto scorrere anche sotto le litigate; un altro, un aggrovigliato enigma di solidità e storture; una persona cui in fondo sono affezionato, malgrado molesti le mie ore; un'altra che corre il rischio di scalfire la corteccia indurita, mentre io osservo, impaurito e impaziente, che il mio albero si dimostri ancora vivo, mentre che la speranza ha fior del verde. Impossibile scriverne, ingiusto scriverne: il loro posto è accanto a me, non su questa pagina.)
 

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 11:22 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, 26 maggio 2006
Cento colpi di tazzina prima di andare a lavorare.


L’assenza è stata lunga, ma Plexiglass e Blendung hanno i loro sempre validi motivi.
Dopo estenuanti giri di mail, telefonate e chattate in messenger, sono riusciti a far funzionare il costosissimo programma di gestione. Finalmente non risulta più che in tutta la libreria ci siano solo 17 libri, finalmente non viene più automaticamente ordinato un centinaio di copie dei libri di ricette della Sora Lella, finalmente non viene più inoltrato in automatica un messaggio audio ai clienti contenente un fragoroso rutto. Da qui a dire che funzioni tutto perfettamente ce ne passa, ma Plexiglass e Blendung sanno accontentarsi anche di questi piccoli segni del favore divino.
L’entrata della libreria non si presenta più come una scultura di Pomodoro, con un tavolaccio di ferro recuperato in discarica, i cui angoli stroncavano le reni ai clienti frettolosi (peccato, ci mancherà). Ora si staglia altera e maestosa una sorta di ziggurat pre-colombiana di uno sconvolgente blu elettrico. Se il tavolaccio ospitava una dozzina di libri ben pigiati, questo nuovo mobile è già zeppo con tre volumi, ma sono esposti benissimo! Blendung ci ha girato attorno per mezz’ora, come un gatto randagio attorno a un cassonetto. Plexiglass, bisognosa di conferme, chiede a ogni persona che entra cosa ne pensa e poi la picchia finché questa non ulula tutta la sua venerazione per il nuovo totem.
Si avvicina il momento del pagamento delle tasse e Blendung sta iniziando Plexiglass alla magica arte della contabilità, secondo il fulgido esempio del suo maitre à penser, il Divino Ragioniere Giulio T.: finanza creativa, truffa e inganno, dissimulazione ed elusione. Nella sua innocenza Plexiglass ha alcune perplessità, ma segue diligente e attenta il maestro. Passa così le sue giornate a falsificare, insabbiare, imboscare, sognando a occhi aperti il nuovissimo modello deluxe di distruggi-documenti. Tutto questo non per pagare meno o evadere, ma puramente per tamponare l’immane casino amministrativo accumulato lungo i mesi.
Non sono tuttavia questi i reali motivi che hanno costretto alla lunga latitanza i due, il vero motivo è la primavera, finalmente arrivata anche qui. Approfittando di ogni scusa si lasciano trascinare al bar dove, mollemente adagiati sulle poltroncine dei dehor, sorseggiano caffè, dandosi di gomito e tagliando colletti ai passanti che incrociano il loro sguardo: “Secondo me dovrebbero adattare le gambe ai pinocchietti, troncandole nette al ginocchio. Così avrebbero dei pantaloni da persone normali!”, “Certo che dovrebbero deportarla ‘sta gente che va in giro in canottiera e infradito in piena città…”, “Guarda quello… secondo te ha più o meno di dodici neuroni in testa?”. Una dolce e profumata brezza accarezza i loro volti silvani (ovvero: pigronano avvolti in cancerogeni olezzi di gas di scarico e fumo di sigaretta, inebetiti da motori a scoppio e clacson imbizzarriti). Mettendo assieme la colazione, il caffè di mezza mattina, il pranzo, il caffè post-meridiano, quello di mezzo pomeriggio, l’aperitivo, si può calcolare che devolvano al bar vicino all’incirca l’uno per cento del PIL.
Presto arriveranno i libri estivi, poi la scolastica, poi il Natale e poi l’anno ricomincerà di nuovo, loro dovranno tornare in cella insieme a tutti gli altri, a guardare il soffitto o il mondo di fuori attraverso lo spessore della vetrina. L’ora d’aria sta per finire.
Esecuzione curata da: Blendung alle ore 14:19 | Permalink | commenti
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sabato, 13 maggio 2006

.            Fuori Tema           .

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 13:17 | Permalink | commenti
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lunedì, 08 maggio 2006
Confessioni di due maschere.
 
In giornate particolarmente uggiose, Plexiglass e Blendung si abbandonano al più sfrenato amarcord professionale, rievocando nostalgicamente simpatici episodi del passato e confessandosi reciprocamente i piccoli peccati che hanno movimentato e ancora movimentano la noia grigiastra delle loro giornate in bottega.
 
Plexiglass è solita leggere i diari delle ragazzine, mentre finge di cercare i testi scolastici che vi sono elencati nel dedalo del magazzino. Al riparo dallo sguardo dei proprietari, si siede su una pila di libri: legge, ridacchia e commenta acidamente, per poi tornare dalla cliente, ovviamente senza libri.
Blendung si ricorda che una volta , in preda a una crisi di epistassi, ha sgocciolato sangue sulla copertina, fortunatamente plastificata, di un libro. Con aplomb britannico, ha pulito la suddetta copertina e ha proposto il libro alla cliente.
Plexiglass abitualmente fa il verso ai clienti, al loro modo di salutare, alla loro voce più o meno querula, appena questi si voltano per andarsene. Quando è particolarmente ispirata, si abbandona a una serie di boccacce alla schiena dell’avventore. Segretamente spera di essere beccata un giorno, per poter passare a menare le mani.
Blendung spesso passa sul piano astrale mentre un cliente gli sta parlando, qualora la conversazione superi i 125 secondi di durata. Quando riprende possesso del suo corpo e si rende conto di dover interagire, dice una sciocchezza qualsiasi: “Certo, è proprio così…”, “Ma si sa che non si può fare niente”, o similia. Poi fugge in magazzino, fingendosi indaffarato, per porre fine all’imbarazzante dialogo.
Plexiglass finge anche al telefono. Quando un cliente, disperatamente alla ricerca di un libro, chiama per sapere se è da noi disponibile, Plexiglass dichiara di andare subito a controllare a scaffale. Poi attacca il telefono, si fa i cavoli suoi per qualche minuto, infine riprende la linea e, con voce contrita, comunica che il libro non c’è. E le dispiace tanto. Talvolta si spinge a fingere di digitare una fantomatica ricerca al computer, avendo cura di far sentire al cliente al telefono il frenetico rumore di tasti. In realtà sta chattando.
Blendung, qualora si trovi davanti un rappresentante che non ha voglia di ascoltare, confessa di essere poco più di un galoppino, una specie di scagnozzo interdetto, incapace di qualsiasi decisione senza l’avvallo della Grande, Suprema, Potentissima Plexiglas. Dunque è inutile che insistano, devono tornare quando c’è Lei. Stesso comportamento con i rappresentanti delle aziende telefoniche, o dei vigili o della Guardia Svizzera.
Plexiglass, di nascosto da Blendung, accetta qualsiasi conto vendita le venga proposto, dalla Biologia degli Afidi a Il dolore del cuore è l’amore. Poi prende i libri e, temendo le reazioni del socio, li imbucana nei luoghi più improbabili della libreria, dove marciranno per mesi e mesi. Fino a quando qualcuno non chiederà a Blendung di pagarli.
Blendung, di nascosto da Plexiglass, periodicamente fruga l’intera libreria alla ricerca di conti vendita. Quando li trova, e li trova sempre, comincia a portarli al cospetto della socia, glieli piazza davanti e la osserva con sguardo inquisitoriale. Plexiglass svicola e fa finta di niente, negando e rinnegando, peggio di San Pietro.
Plexiglass ha delle parentele con uno scoiattolo. Come il simpatico roditore mette da parte ghiande e noci per l’inverno, così Plexiglass imbosca maniacalmente le bollette: Italgas, Enel, Fastweb, non importa. Le ammucchia tutte assieme nella sua tana, fino a che le utenze vengono sospese, una ad una. A quel punto, ridotti al buio, al freddo, senza possibilità di comunicare, non resta altra possibilità che precipitare tutti assieme nel letargo, da bravi scoiattolini.
Blendung a volte cambia idea all’ultimo minuto. Un cliente gli chiede un libro. Il libro c’è ed è l’ultima copia. Blendung va a prenderlo in magazzino, scopre che gli interessa. Torna dal cliente e gli comunica che il libro non c’è. In realtà è già nella sua borsa, pronto per trovare posto nella sua biblioteca personale. E che il cliente si fotta.
 
Rinfrancati dalla constatazione di quanto siano maturi come persone e professionali come librai, Blendung e Plexiglass si concedono una festosa e cameratesca orgia di pacche sulle spalle e complimenti reciproci: “No, no, sei più carogna tu!”, “Ma figurati, come li freghi tu, nessuno!”, “Davvero, sei la più grande stronza abbia mai conosciuto”.
Ridendo e scherzando, riprendono a perseguire il loro obiettivo: possedere la peggiore libreria della città.
 
 
Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 17:50 | Permalink | commenti (5)
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