Sei personaggi in cerca di lavoro.
Si avvicina il periodo della scolastica. Lo so, lo so, le scuole devono ancora finire, gli studentelli assaporano già le vacanze immaginando flirt chi con il bagnino, chi con la valchiria svedese. Alt, stop, repeat! I sogni, come i tempi, sono cambiati: adesso le protagoniste delle polluzioni notturne maschili sono le veline e le sgallettate sospirano al solo pensiero di ritrovarsi lingua a lingua con uno dei ragazzi , pardon Amici, di MariaDeFilippi. E, una volta ritornati a casa, quanta femminea disperazione, quante cazzate raccontate agli amici. Come cantava Renato Zero: “Spiagge, Dipinte in cartolina, Ti scrivo tu mi scrivi, Poi torna tutto come prima, L'inverno passerà, Tra la noia e le piogge, Ma una speranza c'è, Che ci siano nuove Spiagge…”.
Ma non è di questo che volevo parlare.
I prodromi del periodo di vendita dei libri scolastici si possono avvertire già a Giugno: timidamente, come marmottine che escono dalla tana intontite dal letargo, alcuni giovanotti e giovanotte si avvicinano al nostro bancone, chiedendo se abbiamo bisogno di personale.
La prima selezione è questa: l’espressione vitrea, la balbuzie o il palese analfabetismo non sono titoli a favore. Non che si richieda Sartre reincarnato in George Clooney (No existentialism, no party), ma insomma…
Segue poi la fatidica domanda “Ma quando saresti libero? Perché noi avremmo bisogno per vendere i testi da scuola…” (si perdoni l’italiano, ma ci si deve esprimere in questo modo per venire rapidamente compresi dalle marmottine). La risposta è solitamente una sequela di buchi e ferie e pause ed esami e gare olimpioniche di lancio del cocomero inframmezzati a tornei internazionali di rubamazzetto. “Allora… Bene, però io a giugno ho un esame. A luglio vado al mare, posso lavorare dal dodici al quattordici, perché poi parto per Cervinia. Ad Agosto vado a fare il bagnino sulla costa dell’Iraq occupato. Poi a settembre sono completamente libero, tranne che per i giorni dall’uno all’otto, che devo badare alla nonna, e dal dieci al quindici, che mi faccio rifare il setto nasale. Ah, dimenticavo, dal diciassette al venti ho i provini per il Grande Fratello, e poi dal venti ricominciano le lezioni e non posso più. Va bene, allora?”. Sempre difficile soffocare la voglia di chiedergli: “Ma se hai da fare tutte ‘ste cose, perché cazzo mi chiedi se ho bisogno?”. A volte lo chiedo, è vero, ma sempre inutilmente.
Spesso mi lasciano i curriculum, forse sono troppo timidi per parlare con me, e allora mi viene da pensare che un mestiere in cui parli con sconosciuti dieci ore al giorno non sia proprio adattissimo al personaggio. I curriculum (curricula, come va di moda chiamarli ora, siamo tutti latinisti a quanto pare) si rivelano utili per prendere appunti, disegnare, fare ordinazioni alla kebaberia all’angolo o nel caso in cui ci prendesse la fregola di origami selvaggio. Sul retro degli aironi e delle ranocchie si potrebbero leggere doti e titoli che farebbero ben figurare un ingegnere della Nasa: svariati master all’estero, esperienze di lavoro che variano dalla seccatura delle prugne in Anatolia alla gestione del crack Parmalat. Le lingue parlate manco le conosco tutte, visto che spaziano dal dialetto del sud-est cinese al gergo delle mondine di Vercelli, il tutto condito con qualità umane che pongono il candidato al livello di un Leonardo asceso i cielo e seduto alla destra del padre, tanto è buono e intelligente. Alcuni sembrano aver scritto il proprio curriculum non pensando a un lavoro stagionale in libreria, ma al processo di beatificazione in Vaticano, devono solo più inserire la voce: “Miracoli compiuti/Guarigioni taumaturgiche”. Peccato che tutte ‘ste cose le abbiano accumulate entro i 25 anni di età: che strano, io alla loro età pensavo solo a divertirmi, a rimorchiare e a fumare. Di certo non imparavo la contabilità binaria o a parlare in Visual Basic (e sottolineo: a parlare). Sono una fallita fancazzista.
(to be continued…)

