mercoledì, 26 aprile 2006
Perché tu mi dici: poeta?
 
Dopo anni di esperienza, ormai non mi fregate più. Assomigliate molto ai filosofi, come loro sembrate esservi vestiti con gli abiti smessi della parrocchia, come loro vi spettinate con cura tutte le mattine e vi scompigliate la barba con la lacca. Voi, però, siete meno saccenti, siete addirittura un po' timidi e probabilmente vi esercitate per anni al solo scopo di tradire col vostro aspetto un che di nevrotico e tormentato.
Normalmente esordite tutti con una domanda viscidamente ambigua, che celi il vostro vero intento e intrappoli l'incauto libraio come una mosca nella tela del ragno. Potete chiedere: "Ma voi vendete anche libri di poesia?", piuttosto che: "Trattate anche piccoli editori indipendenti?". Anni fa, quando ancora ero ingenuo e pieno di ideali, rispondevo affermativamente, tradendo anche un certo entusiasmo. Certo: la Poesia, l'Editoria Indipendente... Vieni qui, compagno, parliamo assieme della Merini e della Achmatova, davanti a un bicchiere di bianco. Poi ho capito e adesso, alle stesse domande, rispondo con un falso sorriso da rettile, già pronto alla domanda successiva, che immancabilmente è: "Ah, bene, perché io scrivo poesie e mi chiedevo se posso lasciarvi alcune copie del mio libro...".
E no che non puoi lasciarmele. Non puoi lasciarmele perché mi fa tristezza vederle sepolte da strati secolari di polvere, mi addolora vederle ignorate da migliaia di persone, e soprattutto non sopporto la tua faccina delusa quando ogni porca settimana mi vieni a chiedere se ne ho venduto anche solo uno, una misera copia. Rassegnati: neanche tua zia Pina è disposta a comprarlo, non rivedrai mai i soldi che ti hanno succhiato per pubblicarti questo aborto creativo, questo sussulto post-adolescenziale.
Io non ho nulla contro i poeti, probabilmente mi mangerò le mani quando scoprirò che il Nobel della Letteratura era venuto da me con il suo zainetto pieno di libretti da piazzare, ma la statistica è impietosa: la metà di voi non verrebbe accettata neanche come paroliere di Marcella Bella, mentre l'altra metà, quella sperimentale, lascerebbe sbigottito anche Wittgenstein, da quanto è incomprensibile e contorta. E poi chi sono io per separare la crusca dal grano? Io, che ho mandato il mio animo poetico in vacanza ad Alcatraz anni fa, biglietto di sola andata. Certo, anch'io, da bravo adolescente idiota, ho scritto una poesia, ma prima ancora di finirla avevo deciso che era una schifezza e ho fatto voto a San Crisostomo di non provarci mai più, di risparmiare i miei versi ad un mondo che di merda ne aveva già fin troppa. Ovviamente mi sono dedicato a danneggiare un paio di altre arti, ma si sa che ogni persona uccide ciò che ama.
In realtà, più che con voi, vati dilettanti, mi incazzo con quegli editori che si fanno pagare milionate per pubblicare i vostri passatempi, approfittandosi indegnamente del bisogno che abbiamo tutti di far sentire ad altri ciò che viviamo. Uno sciacallaggio che si approfitta di una desolante stortura sociale: che tristezza.
 
Potrebbe servirti, povero poeta autoprodotto, stare a sentire qualcuno che legge le tue poesie ad alta voce, magari commentandole. E che poi ti legga anche qualcosa di Montale o di Caproni. Forse allora ti renderesti conto che gli unici brani interessanti sono quelli che hai scopiazzato da altri autori e che il resto, forse, avrebbe fatto una fine più degna rimanendo sepolto nel tuo quadernetto con la copertina di Anne Geddes, dove sarebbe stato solo tuo e non carne per fare soldi.
In più, a quest'ora, avresti ancora i soldi per un maglione decente e un buon barbiere, ché ne hai davvero bisogno.
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lunedì, 24 aprile 2006
Detti e Contraddetti (parte quarta)
 
 
Posso guardarlo?
Prima o poi mi toglierò la soddisfazione di rispondere che non possono. Anzi: che tengano giù le loro luride zampacce dal libro e che, comunque, dato che ormai l’hanno visto, devono comprarlo, perché è contaminato. Io sarò anche una carogna, ma non pretendo che comprino qualcosa a scatola chiusa e, infatti, tengo i libri ben esposti ad altezze praticabili dalla maggior parte degli esseri umani (e anche subumani, naturalmente). Permetto loro addirittura di togliere il cellophane, se me lo chiedono. Sono davvero un santuomo.
Certo, spero che non si limitino ad osservarlo, come si fa con una carciofo al mercato o con un melone. I libri di solito non marciscono, se non sugli scaffali. Infatti mi aspetto addirittura che leggano la quarta di copertina, magari qualche riga, la fine o l'inizio o un brano a casaccio. Ma pensano davvero che io possa negargli il permesso di sfiorare il libro o lo fanno solo così, tanto per dire qualcosa? Perché, in questo caso, sarei ben lieto di tranquillizzarli: mi basta un Buongiorno, un Arrivederci e magari un Quanto fa?, che non guasta mai. Sono un uomo poco esigente ed ancor meno socievole.
Mi piacerebbe vedere la loro espressione se, entrando in negozio, trovassero tutti i libri ordinatamente esposti dietro una spessa lastra di vetro, come in un'oreficeria. Io dovrei spolverare meno, ma l'idea di dover dar retta a tutti quelli che entrano mi terrorizza. Molto meglio lasciarli pascolare da soli.
 
Ah, il peso della cultura!
Lo dicono tutti e io vorrei tanto sapere perché.
Lo dice la mamma che trascina lo zaino di libri scolastici al posto del figlio, che guarda la scena con occhio vacuo dall'alto dei suoi due metri di altezza. Io posso tollerare che la signora si faccia orribilmente schiavizzare da quell'idiota ipervitaminizzato di suo figlio, ma davvero mi sembra esagerato definire cultura i libri di scuola. Allora Thomas Mann chi è? Dio? Quantomeno il Messia... Vorrei impilare addosso alla signora, uno alla volta, dei libri autentici: Dante, Tolstoj, la Plath, Eliot, Melville, Heidegger, Voltaire, Pavese e Fenoglio, Duby e Ginzburg. E infine appoggerei sulla povera donna Omero, edizione rilegata con traduzione di Pindemonte e Monti. Tre quintali abbondanti di autentica cultura dovrebbero bastare.
Che il sapere pesi viene anche affermato stoicamente dallo yuppie che ha appena infilato nella ventiquattrore un'enorme guida pratica al sadomasochismo estremo. Dico io: ma che ti lamenti che pesa? Non ti piace soffrire ed arrancare e patire? Non ti ingrifi al solo pensiero di sudare ed espiare? Ecco, cominciamo da subito: schiavo, trascina il peso del tuo peccato! Schiatta sotto il peso del tuo animo perverso! E giù, una bella scudisciata, compresa nel prezzo del libro. Lo so, più Torquemada che sadomaso, ma non posso fare di meglio.
Si lamenta del peso dei libri con vocina da oca anche l'adolescente in minigonna e scarpa a punta, che ha appena spremuto una copia di Madame Bovary dentro una borsetta che non è certo stata creata per contenere dei libri, che sono così poco eleganti. Se ubbidissi al mio istinto paterno le consiglierei bonariamente di scambiare Flaubert con un mattone forato: costa meno e l'uso che saprà farne sarà più o meno lo stesso, ovvero nullo. E dire che probabilmente avrebbe tanto da imparare proprio da quel libro.
L'unica persona da cui potrei accettare la constatazione che la cultura pesa è proprio quella che non me lo dice mai, forse perché troppo impegnato a cristonare: è il galoppino dello spedizioniere, che periodicamente arranca nel mio negozio, spingendo davanti a sé impressionanti scatoloni, pieni di ogni bendidio: decine di copie di Braudel, centinaia di libri d'arte dal peso specifico superiore all'uranio, pile di Rusconi di filosofia, pesanti non solo per il contenuto, ma anche fisicamente. Ma quando arriva io sono un bambino alla vigilia di Natale (e questo è un altro dei motivi per cui faccio questo mestiere) e lui potrebbe anche mandarmi affanculo: sarei capace di ringraziare con un sorriso.
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sabato, 22 aprile 2006
Detti e Contraddetti (parte terza)
 
 
Cercavo quei libri, quelli che vendono coi giornali.
A me sembrerebbe più logico chiederli in un'edicola, piuttosto che in una libreria, ma forse questi clienti sono disorientati e confusi dall'oggetto stesso che stanno cercando: lo chiamano libro, si compra in libreria. E invece no, perché sono libri per modo di dire, piuttosto sono degli allegati. Ed io detesto che alleghino i libri ai quotidiani, ai giornali, fra un po' anche alle riviste porno. Sono abbastanza snob da irritarmi di fronte alla demagogia dell'operazione. Lo confesso: non credo che la gente possa veramente capire i libri che compra in questo modo, non credo che li voglia davvero e che davvero le interessino, credo che lo faccia più che altro per collezionismo, convinta che faranno un figurone esposti nel mobile del soggiorno, con i loro dorsi tutti uguali e colorati, di fianco al megatelevisore sempre acceso e al pierrot di ceramica da supermercato. Tanto queste persone non li apriranno mai, come non comprerebbero mai un libro vero.
Dovrebbero essere costretti all'opposto: vogliono Libero? Mi dispiace, ma si vende solo più allegato a La condizione umana di Malraux. Cercano La gazzetta dello sport? Non è acquistabile separatamente da Giornate di lettura di Proust. Smaniano per Bollenti supertettone? Eccolo, assieme all'opera omnia di Marguerite Yourcenar.
Se non hanno pane, che mangino brioche. Tiè!
 
Avete il libro che hanno presentato ieri in tivvù?
Il primo punto è che in televisione presentano decine di libri, da quelli degni di questo nome alle più sconce abominazioni. Dunque: l'indicazione è un po' vaga.
Il secondo punto è un mio difetto personale: passo tutto il giorno in negozio, alcune serate le trascorro scrivendo queste note, le restanti facendomi i cazzi miei, solitamente piuttosto lontano dal televisore. Insomma: non ho la minima idea di cosa passi in promozione sulle varie reti.
Terzo punto: un libro ha comunque un titolo, un autore, un editore. Da quel che so esistono figure professionali il cui compito è quello di presentare, e non per nulla si chiamano presentatori. Possibile che vengano meno al loro dovere proprio quando si tratta di nominare l'autore di un libro? E allora, perché i clienti mi sanno solo dire che l'hanno presentato da Fazio, o dalla Clerici, o da Maurizio Costanzo? Giusto oggi sono stato trattato male perché non ho saputo fornire il libro della sarda di Zelig. Comincio a chiedermi come mai gli editori si ostinino a dividere i loro titoli in collane e non optino per una categorizzazione in base al canale o alla trasmissione.
Forse, se questi clienti dovessero indicare titolo e autore della loro soap opera preferita o de loro reality del cuore, per poterli vedere, forse imparerebbero a far funzionare il loro cervello. O forse continuerebbero a guardare programmi a casaccio, subendo passivamente quello che viene loro propinato dall'alto, per poi venirmi a chiedere il libro corrispondente il giorno successivo.
 
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giovedì, 20 aprile 2006

.            Fuori Tema           .

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martedì, 18 aprile 2006
Detti e Contraddetti (parte seconda)
 
 
No, l'acconto non glielo lascio
perché magari poi non vengo a prenderlo, il libro.
In questa frase si concentrano due difetti irritanti: da una parte lo scarso interesse verso ciò che si sta comprando, dall'altra l'assoluta mancanza di rispetto verso chi si ha di fronte. In pratica stanno dicendo: Volevo questo libro, ma non me ne frega tanto da ripassare a vedere se ti è arrivato, però te lo faccio prendere ugualmente e ti comunico sin d'ora che intendo fregarti e non farmi mai più vedere, lasciandotelo in magazzino. E si arrabbiano pure quando io flebilmente protesto: che mancanza di correttezza da parte mia, che disservizio al cliente, non accettare di farsela mettere nello stoppino col sorriso sulle labbra e ringraziando pure!
Plexiglass è l'ideale nemesi di questa tipologia di clienti: sorridendo raccomanda loro di tornare dopo tre giorni, che certamente troveranno il libro che desiderano. Appena il cliente ha varcato la soglia uscendo dalla libreria, accartoccia il foglio dell'ordinazione e, oplà, nel cestino! La adoro quando lo fa, mi viene da venerarla come la Giovanna D'Arco dei librai.
 
Mi darebbe un consiglio, anche se è difficile senza conoscere la persona?
Il contraltare di questa domanda è la frase, altrettanto falsa e banale, pronunciata dai miei colleghi che, statisticamente, sono tutti entusiasti di consigliare libri ai clienti. Sembra che la loro vera passione sia quella, che abbiano una vocazione apostolica a divulgare le proprie letture. Io no. Io faccio il libraio perché mi piacciono i libri, non perché mi piace consigliarli. Non so neanche farlo: il mio cervello va in cortocircuito quando me lo chiedono: Questo andrebbe bene, ma forse è troppo violento. Questo, allora, ma no, è troppo sperimentale. Magari provare quest'altro? Non sarà troppo di genere, troppo di nicchia? Ci sarebbe anche quello, ma probabilmente lo troverebbe noioso. Nasce sempre in me la domanda finale: ma se non sanno scegliere loro, che conoscono la persona a cui devono fare il regalo, come pensano che possa farlo io, che ne ignoro completamente gusti e disgusti?
Queste persone si meritano davvero di trovarsi davanti il mio io più cinico e commerciale, quello che con fare complice gli propina una ciofeca qualsiasi, di cui ho decine di copie ferme ad ammorbarmi il magazzino. O che, come un automa, gli passa il Baricc0 di turno, confessandogli che vale poco, è un po' insipido, ma, come la Nutella, piace dai 6 ai 99 anni, a uomini e donne, a cattolici e indemoniati.
Il discorso ovviamente non vale quando mi chiedono di suggerire un autore simile a quello che hanno appena letto, che, per combinazione, è uno dei miei scrittori preferiti. In questo caso posso diventare davvero stucchevolmente disponibile, e cominciare a sciorinare con tronfio esibizionismo tutta la mia settoriale cultura. Spesso da questi scambi nascono discussioni interessanti e piacevoli, devo ammetterlo (e questo è un altro dei motivi per cui ancora faccio questo mestiere).
 
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venerdì, 14 aprile 2006
Detti e Contraddetti (parte prima)
 
 
Quando ho iniziato a fare il libraio, ho incontrato quasi subito alcune frasi che, col prosieguo del mestiere, mi sarebbero state riproposte, e riproposte, e ancora riproposte, in una coazione a ripetere capace di far saltare i nervi al più buddista degli esseri umani. Esse mi sono da principio apparse ingenue o interessanti o divertenti, ma, proprio come il solletico, sono diventate una vera tortura a forza di sentirle ripetere. Non è, per questa volta, un problema di cultura o di educazione: come la sifilide o l'alopecia, hanno un'epidemiologia assolutamente trasversale a qualsivoglia categoria; come il raffreddore, restano in agguato per qualche giorno, invisibili, per poi saltarti addosso a tradimento.
 
Scusi, ho sbagliato libreria.
Io capisco che si possa essere distratti o confusi, ma come si fa a sbagliare negozio ed in special modo a confondere una libreria con un piano superiore con una che ha solo una scala che va verso il basso? E invece ci riescono, passando a volte alcuni minuti a cercare in giro per il pianterreno una scala che li porti verso l'alto o un corridoio, che probabilmente immaginano nascosto, neanche si trovassero in qualche maniero medievale pieno di passaggi segreti.
Per loro, una sola cura, basata sulle meravigliose teorie di Pavlov: una leggera scossa elettrica, ogni volta che sbagliano, riuscirà di certo a fargli ritrovare memoria ed attenzione. Funziona coi topi di laboratorio, immagino che anche con dei primati lobotomizzati possa avere buoni risultati.
 
Ma oggi non c'è quel ragazzo simpatico, molto gentile?
No, oggi ci sono solo io, lo stronzo cafone e maleducato, il Cerbero a tre teste della libreria e farebbero meglio a gettarmi un'offerta per tenermi buono: dieci euro, una prima edizione, anche solo una frase intelligente. Mi piacerebbe ringhiare loro contro, o rispondere No, lui non c'è. Se ti va bene ci sono io, se no, brutta gallina, puoi anche andartene affanculo, capito?.
Per questa categoria la punizione è scontata: dovrebbero essere lasciati soli, senza possibilità di chiedere aiuto, in compagnia del suddetto ragazzo gentile e simpatico, dotato per l'occasione di un indulto preventivo e di licenza di uccidere. Probabilmente, nel giro di pochi minuti, troverebbero simpatico e gentile addirittura me, al confronto.
 
Ma lo voglio scontato, mica posso spendere dieci euro per un libro di 'sto Fenoglio!
Questa frase fa nascere in me la vera carogna: il tono si raggela, il sopracciglio mi si inarca senza che io possa farci nulla. Non riesco a tenere a freno i miei lineamenti che si compongono inevitabilmente in una smorfia di acuto disprezzo. Il guaio è che sono d'accordo: dieci euro per comprare un libro a questa persona sono soldi buttati. Anche il libro andrebbe sprecato in mano sua: sono convinto che stenterebbe già a comprendere Cosmopolitan o Novella duemila. Troppo spesso mi sento addolorato quando sono costretto a vendere dei libri a cui sono affezionato a persone che non stimo. Mi sembra di offendere gli autori, mi sento un Giuda che vende il proprio Maestro per trenta denari.

In questo caso, dunque, la punizione è tutta mia e la sconto ogni giorno.

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mercoledì, 12 aprile 2006

Plexiglass e Blendung in Trasferta

Non paghi di farsi molestare in negozio, stasera Blendung e Plexiglass, meravigliosamente insieme, hanno deciso di farsi rompere le palle in trasferta.

Tutto parte da un invito di un Editore, un editore importante, un'offerta che non si può rifiutare (e qui parte la musica de Il padrino): "Picciotti miei, siete stati scelti per una missione di grande rispetto, una cosa che vi farà onore." e loro, da bravi piCiotti (sic!), hanno accettato.

Riepilogando: Editore importante che convoca per l'importante presentazione di un Autore importante che ha scritto un libro dal Titolo importante in un Cinema importante. E a loro che importa? Non sono certo importanti, Plexiglass e Blendung.

Partono dunque come due profughi del Polesine, alla chiusura della bottega: borse, cassa di libri legata con lo spago, espressione di chi non vedrà mai più la propria casa. Vorremmo raccontare che hanno percorso monti e valli, deserti e paludi, ma in realtà devono farsi solo due isolati. Raggiunto il luogo predestinato, con efficienza degna del Genio Guastatori di Molfetta, allestiscono il banchetto, sciorinando con gusto gli imperdibili titoli del grande critico:

"Esegesi della pippa nel cinema di Alvaro Vitali", "Antinomie pseudointellettualistiche nella sbucciatura dei marroni nelle pellicole del Bosco Fatato", "L'aspettualizzazione del ruolo spettatoriale nei cortometraggi di Topo Gigio", e altri titoli parimenti essenziali alla sopravvivenza del genere umano.

Pochi minuti ed iniziano ad arrivare gli spettatori. Si tratta naturalmente della creme de la creme, dell'elite intellettuale, dell' intellighentia, insomma: dei soliti pipparoli squattrinati. Ed infatti... Una metà circa sono già loro clienti, purtroppo: da loro non si aspettano nulla, visto che già in bottega non arrivano a capire che i libri vanno comprati, figurarsi stasera che i nostri eroi hanno invaso il loro territorio! Il restante 50% dei convenuti è un branco di Cicci e Cocchi e Tatti, incollati al cellulare e assolutamente detestabili. Forse neppure loro capiscono bene cosa stiano facendo lì, dietro a quel tavolo coperto di libri, tant'è vero che l'unico contatto personale è con un idiota che, con fare cospiratorio, commenta l'ultimo sforzo creativo dell'Autore con un "Un po' troppo compilatorio...", per poi guardarsi alle spalle, terrorizzato all'idea che qualcuno possa avere sentito il suo commento, sancendo così la fine definitiva della sua ipotetica ed utopica carriera universitaria.

Giunge infine il Grande Autore: codazzo di tirapiedi, gruppetto di accademici amichetti. Uno di questi, accennando con una mano al libro, butta lì: "Vero che me ne mandi una copia?". Saranno anche intellettuali, ma preferirebbero sbagliare un congiuntivo in pubblico che sborsare qualche euro a due tapini che sono lì, tristi e patetici come un film neorealista.

Entrano tutti, i belli e i brutti (e soprattutto gli stronzi).

Incasso al momento attuale della nostra coppia: Zero, Nothing, Nada, 'na ceppa, insomma. Inizia l'attesa.

Al 5° minuto: Blendung va a fumare, Plexiglass si affloscia sul pavimento come una bambola gonfiabile depressa;

al 10° minuto: Plexiglass va a fumare, Blendung origlia alla porta per capire se il Grande Autore ancora sta farneticando;

al 14° minuto: Blendung guarda fuori da una finestra (stile Bergman), Plexiglass torna ad afflosciarsi sul pavimento, iniziando a leggere delle trame di film finlandesi degli anni '40 (tutto pur di non aprire il libro dell'Autore!);

al 20° minuto: Blendung comincia a fare battute zozze, tanto per sentirsi ancora vivo, Plexiglass gli legge ad alta voce le trame più significative dei succitati film finlandesi;

al 25° minuto: Blendung si rannicchia come un corvo sciancato su un cestino dell'immondizia, criticando ogni libro dell'Autore che gli capita a portata di mano; Plexiglass passa a leggere trame di film trash.. Pardon: Cult, giapponesi;

al 28° minuto: ALLARME! Plexiglass viene colta da crampi e comincia a bestemmiare e a sbattere ripetutamente il piede contro il pavimento. Il rumore rimbomba nel Tempio del Sapere. Le bestemmie pure. Blendung tace, encefalogramma piatto. L'autore sta ancora parlando;

al 30° minuto: il primo intellettuale esce dalla sala e corre in bagno. Il Grande Autore deve davvero fare cagare. I nostri eroi sogghignano. Blendung, incuriosito, decide di esplorare i bagni e li trova artisticamente entusiasmanti, assai più dei libri dell'Autore. Plexiglass medita se iniziare a farsi una ceretta lì sul posto, o se invece è il caso di sistemarsi le sopracciglia;

al 35° minuto: noia. L'Autore parla.

al 41° minuto: stizza. L'Autore parla.

al 45° minuto: istinti omicidi. E quello continua a parlare.

al 50° minuto: Blendung raggiunge finalmente il Satori, tramite la via del Ripetuto Sbadiglio; Plexiglass guarda sbavante il polpaccio del compare, trasformato ai suoi occhi in un succolento stinco di prosciutto;

al 53° minuto: esce un altro intellettuale, con aria illuminata e sguardo trascendente. Placcandolo come un centravanti della nazionale di rugby, Plexiglass lo blocca: "Scusi, ma è finita?". Risponde quello: "Oh, no! Io devo andare, ma vado con la morte nel cuore! Egli sta tracciando nuovi orizzonti nell'analisi delle Supercazzole tognazziane. Andrà avanti per ore...".

Bene, no, benissimo, no, davvero, va bene.

Al 60° minuto: inizia il concerto che segue la conferenza. Ghironda celtica in accompagnamento al film cecoslovacco del '27, ovviamente muto. Un vecchietto, che nella stessa sala cerca di vendere quattro libracci ammuffiti, di cui uno solo pallidamente attinente alla conferenza dell'Autore, inizia a raccontare la propria vita: "Perché voi, voi siete giovani, voi non sapete... Io ho conosciuto Nanni M0retti, da quando aveva sette anni e lo aiutavo col catechismo; ho conosciuto Ker0uac; ho conosciuto C0cteau...". Se continuasse a parlare e a risalire nel tempo, arriverebbe in breve alle cene con Gozzano, alle merende con Leopardi e ai ricordi di infanzia, con Torquato Tasso che lo faceva ballare sulle sue ginocchia per fargli fare il ruttino. Plexiglass ormai non parla più. Guarda Blendung con occhi da "Abbandonami-sull'autostrada-basta-che-ce-ne-andiamo-da-qui". È vero, è ora di andare.

Ma prima, prima è doveroso un ultimo gesto significativo.

Plexiglass invita il vecchio ad entrare: con voce melliflua, gli suggerisce che chi ha conosciuto Manzoni non può certo perdersi un incontro con l'Autore. Una volta buttato dentro l'arteriosclerotico, Blendung accatasta rapidamente tutte le copie del libro dell'Autore, tutte invendute, contro le porte della sala.

Un fiammifero e... Voilà! L'inferno sulla terra.

Nella notte, contro un rutilante muro di fiamme, solo le sagome nere di Blendung e Plexiglass che si allontanano, mano nella mano, danzando in un cupo girotondo. Oh, sì: proprio come nella scena finale del Settimo sigillo. L'Autore apprezzerà certamente.

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venerdì, 07 aprile 2006

Le magnifiche sorti e progressive

Finalmente un poderoso salto di qualità nella mia esistenza professionale, un gradino importante verso un miglior servizio ed un più efficiente metodo lavorativo!

Abbiamo comprato un nuovo programma per gestire ordini, riordini, rese, fatturazioni. Che meraviglia: sono certo che ora guadagnerò il doppio in metà del tempo e che finalmente potrò iscrivermi al corso pomeridiano di bridge che rimando da tanti anni. Ovviamente prima dovrò ricomprare tutti i computer, visto che la bestiolina è informaticamente più ingombrante di un plesiosauro e necessita dei calcolatori della NASA per funzionare decentemente.

Il nuovo programma ha caratteristiche ben precise.

La prima è il costo: similmente ad un patto faustiano col demonio, ci è stata chiesta in pagamento la nostra anima, ma il nostro personale Mefistofele non si è accontentato di un'anima una tantum, no, lui la vuole tutti gli anni. Sembra che si chiami abbonamento obbligatorio o una cosa del genere, fermo restando il fatto che, come i più perversi spacciatori, hanno regalato la prima dose, certi che, ormai sviluppata la dipendenza, il tossico informatico sarà costretto a pagarli anno dopo anno.

Seconda caratteristica è l'evidente praticità del programma: con un semplice passaggio di mouse, il nostro elettronico gioiello sa scorporare l'IVA (echissenefrega!), può predire i gusti dei clienti (beato lui!), è capace di compilare un ordine in base al segno zodiacale cinese della persona e si ricorda di mandargli gli auguri per il compleanno con un simpatico biglietto. Peccato che, per sapere se ho ancora in magazzino una copia de "La montagna incantata", io debba adesso digitare cinque righe in linguaggio macchina, aprire circa otto finestre del pc, fare un giro attorno al computer, sgozzare un capretto bianco sulla tastiera e danzare in tondo con delle piume in testa. Io ci farò l'abitudine, questo è sicuro, mi chiedo solo cosa penseranno i clienti di fronte allo spettacolo, ma, considerando il loro livello di stramberia, probabilmente non ci faranno caso o forse si uniranno al rito.

Come terzo fattore euforizzante del nuovo acquisto inserirei le statistiche. Il nuovo programma sa fare statistiche su ogni cosa: si vendono più libri di 345 pagine o di 349? Vanno meglio i titoli con copertina verde o quelli in blu sfumato di grigio? Qual è la taglia media del cliente, la 48 o la 50? Quest'anno ho guadagnato di più o di meno dell'anno scorso? La risposta a quest'ultima domanda viene fornita tramite una simpatica animazione: in caso il fatturato sia in calo, compare un breve video di Plexiglass in minigonna e stivaloni, mentre fuma lasciva in atteggiamento ammiccante sotto un lampione lungo i viali; in caso, al contrario, si siano fatti più soldi, parte un video di Blendung su uno yacht al largo della Giamaica, svaccato sul ponte, circondato da veline seminude e bottiglie di champagne, in puro stile Briatore.

Il fattore decisivo che ci ha spinto a scegliere proprio questo programma gestionale è stato però ancora un altro, ovvero l'impareggiabile qualità estetica del prodotto. Le schermate principali occupano una lunghezza di circa dodici metri in cui i dati fondamentali (prezzo, editore, disponibilità) sono confinati in un punto imprecisato fuori dallo schermo, che si avvicina all'iperspazio. I colori sono stati probabilmente scelti da una qualche scimmia di laboratorio in pieno trip lisergico, visto che sbordano dallo spettro cromatico umano e sono accostati completamente a casaccio. Infine, la schermata di apertura del programma: un disegnino di un pupazzetto, fra il satanico e il francamente incazzato che, devo ammettere, ben riflette il mio umore al mattino.

Bene. Sarà meglio che adesso torni a far pratica, dovrò pure imparare ad usarlo, visto che ormai l'ho comprato. Stavolta, però, sono preparato: ho il Prozac, la bottiglia di vodka e un po' d'erba a portata di mano sul bancone e, per le emergenze, un grosso martello di ferro che non chiede di meglio che di essere schiantato ripetutamente sulla tastiera. Se ciò ancora non bastasse a calmarmi, posso sempre chiamare l'Assistenza Informatica e prendere a martellate anche loro.

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 15:14 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 01 aprile 2006
Sogno di una mattina di inizio primavera.

Ho aperto la bottega stamattina col mio solito spirito: preparata al peggio, ma già pronta a farmi stupire dalla mancanza di un fondo all’abisso dell’idiozia.
Il primo cliente che è entrato mi ha, invece, piacevolmente sorpresa. Alto come piace a me, magro come piace a me, sull’orlo della mezza età come piace a me, vestito con gusto ma sportivo come piace a me. Insomma: bello, bello come il sole.
Si avvicina, sorridendo (e il sorriso è come piace a me, gentile ma un po’ stronzo), e io colgo l’esatto microsecondo in cui apre le labbra per salutarmi, un microsecondo che è sufficiente ad ospitare i miei timori. Sono infatti sicura, di più, certa che avrà una sciocca voce, chioccia e fastidiosa, probabilmente arricchita da un accento dialettale e da un irritante difetto di pronuncia, che so, la lisca o la erre blesa.
E invece no.
In onde magnetiche, una calda voce sensuale mi avvolge, appena inasprita da troppe sigarette, una voce proprio come piace a me. Reprimo il desiderio di chiedergli di leggermi ad alta voce l’intera produzione di Silvia Plath e ricambio il sorriso.
Ora è il turno di rabbrividire per l’attesa di ciò che dirà: i sensi sono a posto, ma il contenuto sarà all’altezza dell’affascinante confezione? Non succede mai e mi preparo al peggio: DanBrown o MelissaP.
E invece no.
Mi chiede un consiglio: ha appena finito di leggere Vonnegut e cercava qualcosa di simile. Provo a proporre Dick o Ballard, ma li ha già letti e in poche frasi asciutte me ne parla, chiarendomi i motivi per cui li ha apprezzati con la lucidità di una persona intelligente, ma che non cede a vezzi da critico letterario.
Iniziamo a parlare: dalla letteratura si passa al cinema, dal cinema ai locali; dai locali ai viaggi; dai viaggi alla vita privata; dalla vita privata a perché non andiamo a prenderci un caffè? e ritorno. L’angolo da Scrooge della mia testa continua a protestare: sarà anche un bel vedere e un bel parlare e anche un bel sentire, ma questo non ha ancora messo mano al portafoglio! E che sto a fare io qui? La P.R.?
E invece no.
Sempre continuando a deliziarmi con la sua intelligenza incanalata attraverso la sua voce, prende una pila enorme di libri, esattamente quelli consigliati da me, che lui ha misteriosamente memorizzato durante la nostra chiacchierata. Con le sue mani eleganti li appoggia vicino alla cassa. Io preparo il conto, faccio anche lo sconto (devo essere indemoniata! Se mi vede Blendung mi manda dall’esorcista!).Paga, fino al centesimo, accecandomi con il giallo splendore di una banconota da duecento, appena sufficiente a coprire l’enorme spesa che ha fatto. Poi, complimentandosi per la libreria e la mia professionale disponibilità, oltre che per i miei gusti personali e la mia splendida comunicatività, inizia ad allontanarsi, ma non prima di avermi riconfermato, con voce di flauto, l’invito per un caffè. Come un ratto stregato dal Pifferaio di Hamelin, lo seguo, ipnotizzata e squittente: già mi immagino la splendida cerimonia, i suoi meravigliosi parenti, il nostro nido d’amore, i bambini, perfetti e addomesticati.
Fluttuo su ali di gioia e fascinazione, seguendolo.
 
E invece no.
 
Perché? Qualcuno ci poteva credere? È solo un Pesce d’Aprile.
Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 13:57 | Permalink | commenti (4)
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