lunedì, 27 marzo 2006

Le Metamorfosi.

Attraverso talvolta delle gravi crisi d'identità.

Spesso nascono in me dubbi su quale professione io stia davvero svolgendo. In realtà, scherzi a parte, non si tratta di una professione, quella del libraio, ma semmai di un mestiere, un triste mestiere, se lo si svernicia dell'alone intellettual-romantico.

I clienti, naturalmente, hanno pesanti responsabilità in questi drammi esistenziali che attraverso tra le dieci e le venti. Ad esempio, viscidamente, mi chiedono con insistenza se io venda biglietti del pullman. No, perché?, dovrei? Oddio, forse sono diventato un'edicola o un tabaccaio e nessuno mi ha avvertito.

Spesso entrano decisi e con voce che trasuda efficienza mi chiedono un paio di biro, una blu e una nera, un blocco a quadretti e una cartellina formato A3. Bene, eccomi trasformato in una cartoleria. A volte, quando sono particolarmente sadico, li accompagno con un sorriso verso i Moleskine, li mostro loro sottolineando il prezzo. I clienti, che probabilmente hanno bisogno di un paio di fogli, sbiancano e ammettono che volevano qualcosa di più economico. Col tono più snob che riesco a partorire rispondo che "mi dispiace davvero, ma, essendo una libreria, questi sono gli unici blocchi che ho deciso di tenere. Ottima qualità, forse un po' cari. Certo, se Lei cercava un semplice blocchetto, può chiedere alla cartoleria che è qua davanti...", sottintendendo un "idiota" ben scandito in labiale.

Negli ultimi giorni mi sono stati chiesti anche: la Gazzetta Ufficiale, le Rune Celtiche (non un libro, ma proprio i sassolini incisi), della carta da spolvero, una valigetta portadocumenti. Una sera, poche settimane fa, mi hanno anche domandato se vendevo della birra, ma era una notte particolare e dunque non lo metto nel conto.

Ieri, invece, lo scollamento dal reale ha compiuto un ulteriore passo.

Per una qualche perverso gioco del destino, mi trovo ad aver in negozio delle magliette, debitamente inscatolate, con scritte sopra frasi più o meno banalmente dementi, con disegnini e amenità varie. Già mi sento trasportato in una jeanseria ogni volta che qualche ragazzina isterica comincia ad aprirne tre o quattro, lasciando a me l'incarico di ripiegarle e rimetterle a posto. Chissà perché, mi viene sempre da voltarmi verso Ocram e cominciare a cianciare con lui di parrucchieri e di vestiti, lamentandomi dell'orario e chiedendogli che profumo ha messo oggi.

Ieri si è andato oltre.

La signora, devo ammetterlo, non ha rotto le palle: si è guardata le magliette senza smaronare, senza interrompere, in religioso silenzio. Peccato che, proprio quando stavo per concederle il lasciapassare di cliente decente, abbia fatto una domanda: "Mi scusi, dove posso provare una maglietta?".

Rieccomi precipitato nell'inferno della jeanseria. Mi sono guardato attorno ed improvvisamente le pareti, fittamente ricoperte di scaffali stracarichi di libri, si erano trasformate: al loro posto lussureggiavano magliette in colori pastello e pantaloni a vita bassa.

Lo scaffale del vecchiume in offerta si era trasformato in un carinissimo cestone dei saldi dell'ultimo momento, in cui ravanavano smaniosamente non i miei soliti clienti, squallidamente mal-vestiti da intellettualoidi, ma un gruppo forsennato di attempate groupies in cerca di un pezzo simpatico e conveniente per il loro guardaroba.

La mia mente si sfaldava di conseguenza: non parlavo più di nuova uscita di primavera della Mondadori, ma della sua collezione primavera-estate; non davo più indicazioni sullo scaffale di libri per ragazzi, ma discettavo di moda -giovane; non più editori, ma marche, non più libri rilegati, ma tagli sartoriali, non più "libri ben scritti", ma una cosina troppo carina che deve assolutamente vedere.

Come in un vecchio video musicale in cui degli squallidi orinatoi si trasformavano in sgargianti arredi da discoteca in un secondo, così la mia libreria si era trasmutata con una sola frase in una boutique di moda ed io ero diventato, in accordo con questa metamorfosi, penosamente inadatto al mestiere che mi trovavo a svolgere (e questo non era un gran cambiamento rispetto alla realtà d'ogni giorno). Rabbrividivo al pensiero di cosa potesse essere successo a Plexiglass...

Occorreva correre ai ripari. Mantenendo il sangue freddo ho pronunciato la formula magica in grado di rompere l'incantesimo: "Mi dispiace, ma in quanto libreria, non abbiamo spogliatoi".

La cliente batte in ritirata, la realtà riprende il sopravvento, squallidamente consueta. Sono tornato ad essere in un secondo quello che sono: un libraio stronzo e supponente, ma con un incubo in più rispetto a prima: temo che Dio, col suo notoriamente crudele senso dell'umorismo, mi costringerà a reincarnarmi un'altra volta. Non in un verme o in un ragno, ma in un commesso di Benett0n.

 

 

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 11:18 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 25 marzo 2006

"I vecchi subiscon le ingiurie degli anni"(e anche le mie)

 

Cittadini e cittadine!

Cittadini e cittadine!

Cittadini e cittadine!

 

Io, Plexiglass, quando verrò eletta da voi, popolo servo, prima di arricchirmi a vostre spese, promulgherò una nuova legge, anzi: un editto di salute pubblica, per il vostro e soprattutto per il mio bene, perché io amo questo Paese e perché io valgo quanto se non di più di Claudia Schiffer.

Io proporrò, anzi, consentitemi, imporrò con frode e brogli che tutti i vecchi e le vecchie, che tanto hanno dato a questa nazione, ma che ora non danno più nulla, vengano cortesemente, ma con fermezza, accompagnati ai loro domicili, possibilmente in aperta campagna, e che lì vengano custoditi. In assenza di custodi sarà sufficiente una robusta serratura ed un paio di catenacci.

Gli anziani, che tanto spazio hanno nei nostri cuori e nelle nostre memorie, saranno così in grado di non occuparne altrettanto, se non di più, sulle tangenziali, agli incroci, negli uffici pubblici, sui mezzi di trasporto pubblico urbano: insomma, smetterebbero di frantumarci le gonadi con la loro ingombrante e bradipesca presenza nelle ore di punta, quando noi, giovani imprenditori dinamici, ci facciamo un culo a capanna per guadagnare cinque euri.

Cittadini e cittadine, vi racconterò ora un simpatico aneddoto che mi è accaduto pochi giorni or sono, un aneddoto tipo quello della sindacalista e del colpo della strega. Volete sentirlo? No? Non siete disposti a ridere per convenienza? E io me ne fotto e ve lo racconto lo stesso.

Una simpatica ed arzilla vecchietta è entrata nella mia Piccola Imprenditoriale Realtà Locale Arrivista (P.I.R.L.A. per brevità), esigendo l’ultimo libro uscito di un notissimo, a dir suo, scrittore norvegese, di cui non ricordava né nome né titolo, ma la cui copertina sfumava a seconda dei momenti, dal verde acido al giallo tramonto.

Si aggirava per la libreria, mentre biascicava sdentatamente alcune parole in libertà, lo sguardo palesemente in stato confusionale.

Mi sforzavo allora di venire incontro ai suoi desiderata, per quanto oscuramente espressi, elencando alcuni autori dell’area ungro-finnica:

Mankell?

La signora mi rimbrotta aspramente: Mankell non è norvegese ma svedese. Mi sento mortificata. Aggiunge, a questo punto, un elemento che dovrebbe aiutarmi: il titolo è famoso e, forse, ne hanno anche tratto un film. Il cognome assona con: Dal.

Dahl? Non mi sembrava propriamente norvegese, ma non si sa mai.

Sgrana gli occhi, o almeno mi sembra di vederglieli sgranare dietro le lenti spesse come il ghiaccio in un fiordo norvegese: Dahl non solo non è dell’area che interessa a lei, essendo inglese, ma ha anche origini piemontesi da parte di madre. Strano che una libraia non lo sappia. Strano, ripeto io. Sì, sì. Mi ripasserò tutti gli alberi genealogici degli scrittori, nella mia prossima vita.

Questo simpatico giochino si protrae per un tempo francamente eccessivo: del titolo del libro nessuna traccia; in compenso ora conosco ogni pettegolezzo riguardante qualsiasi autore del Nord Europa. La vecchietta esce così dalla bottega mormorando frasi poco gentili indirizzate alla mia professionalità. Io rimango con tre dubbi atroci accompagnati da un prurito alle mani:

-         Chi sarà mai ‘sto famosissimo autore norvegese in odore di nobel per la letteratura?

-         Perché non ho mandato a cagare la vecchina e mi sono invece lasciata fagocitare in una discussione priva di senso?

-         Perché i famigliari la lasciano uscire da sola e non la piombano in casa così che non rompa le palle al prossimo?

Sicuri che vi stiate sganasciando per il simpatico episodio, Vi esorto dunque a darmi il vostro voto: io sì che saprò fare piazza pulita di questi fardelli sulle spalle del paese che deve produrre, produrre e ancora produrre!

Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 18:17 | Permalink | commenti (4)
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martedì, 21 marzo 2006

Blendung vs. Il Piccolo Principe

Spero di capire, prima o poi, quale esoterica attrattiva abbia Il Piccolo Principe sulla popolazione mondiale. Nonne che lo regalano ai nipoti, ragazzi che lo regalano alla fidanzata, bambini che lo regalano ai genitori, padroni che lo regalano ai cani e viceversa. Lo comprano in italiano i turisti stranieri, lo cercano in dialetto, in esperanto, in greco antico. Esistono versioni mignon, edizioni extralusso della dimensione di un'enciclopedia; brossurate e rilegate; con cd, dvd, videocassetta, bambola gonfiabile del Piccolo Principe.
Mi devo essere perso qualcosa, il mio ricordo di questo libro è assai semplice: una paraboletta buonista e superficiale, di profonda banalità verniciata di ingenua significatività; un protagonista assolutamente stucchevole e francamente antipatico, in perenne sospetto di essere gravemente cerebroleso, che svolazza fra pianeti minuscoli, infestati di esseri più o meno irritanti e fastidiosi; la perenne sensazione che l'autore mi stia spiegando il Senso della Vita e del Mondo con parole che capirebbe anche un idiota. La mia obiezione è che:
punto primo, non credo che ci sia un Senso della Vita, ma questo è un problema mio, lo riconosco;
punto secondo: se anche c'è, non si spiega certo con baobab e rose e volpi planetarie. E poi, ammettiamolo, dire che è tutto spiegabile in 50 pagine, disegni inclusi, equivale a dire che Kant, Hegel, Heidegger e Sartre erano una manica di pipparoli che si scrivevano addosso, ipotesi che, lo ammetto, potrebbe avere qualche possibilità...
ed infine il punto terzo: perché mi devi trattare da deficiente? Se conosci una giustificazione a questo schifio di mondo, cazzo, dimmelo senza ricorrere a favolette, ché io non sono certo un genio, ma neanche un idiota!
E poi perché mi devi propinare 'sti stucchevoli disegnucci mal fatti? Non ti puoi permettere un illustratore? Va bene lo stesso, facciamo senza! E poi non ci credo che non te lo puoi permettere, Antoine, ci hanno pure fatto un film i giapponesi sul tuo libro! Chissà che carrettata di yen si sono fatti i tuoi eredi! Altro che la sciarpina al vento e i pantaloni a zampa d'elefante che hai messo addosso al protagonista, quelli navigano in un mare di cachemire...
A volte lo guardo, solo la costa del libro, chiedendomi se non è il momento di farlo leggere ai miei nipoti. Mi viene allora la perversa idea di andare in un'altra libreria e fare la scena che troppe volte ho vissuto da un'altra prospettiva:
Buongiorno, vorrei Il Piccolo Principe... Sì, l'economica, sarà anche il libro che ti illumina l'esistenza, ma gli euri sono euri... Mi fa un pacchetto, per favore? Devo regalarlo... Oh, certo, è un libro bellissimo, pieno di significati, una poesia, e poi i disegni...
Sopraffatto da un attacco di nausea, rinuncio al mio proposito: a un nipote regalerò un videogioco saturo di violenza ed orrore, all'altro una maglietta firmata, all'ultimo un biglietto da 50 euro. Meglio che capiscano subito come davvero va il mondo, senza passare dalle fole del Principe...

 

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 12:50 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 20 marzo 2006

L'età ingrata ( e la madre ancor di più)

La bambina sembra una bambolina inglese dei primi Novecento, spesso bardata con gonnelloni e pizzi e smerli, cappottino di velluto e camicetta, con una gran testa di capelli crespi e la boccuccia a culo di gallina. Peccato che abbia i dentoni davanti un bel po' sporgenti e l'espressività facciale di una bambola di plastica: che sia colpa degli occhietti a palla di vaga consistenza vetrosa? Si muove rigida, come un congegno semiautomatico, ma allo stesso tempo leziosa ed impacciata.

La madre ha una voce affannata, che esce da una bocca sempre tirata e nervosa, dagli angoli cronicamente spioventi in una smorfia perenne di disgusto. Si veste come la figlia, ha gli stessi capelli un po' crespi, caratteristiche che la fanno assomigliare più che altro a una copia meno affascinante della Bette Davis di Che fine ha fatto Baby Jane?. Ha sempre una fretta terribile, sempre ansiosamente in corsa, non credo d'averla mai vista girare tranquilla a guardare i libri. Spinge in avanti la figlia, masticando parole a bassa voce, senza mai guardarti negli occhi.

La figlia chiede dei libri assurdi, assolutamente esagerati per una ragazzina di quell'età, come La vita di Gesù  di Renan o i Saggi di De Montaigne, sempre rigorosamente in lingua originale. La madre, immancabilmente, critica la sua pronuncia in modo aspro e seccato, senza badare che la cosa peggiore dell'intera faccenda è il fatto che la figlia pizzichi la esse, la erre, la ti e una manciata di altre consonanti, con annessa vaporizzazione di sputacchi.

Parlano poco, lo stretto necessario ad informarmi che la bimba suona il violino, parla tre lingue e va benissimo a scuola; che la piccola fa danza classica, che ha iniziato già a fare latino in quinta elementare e che adesso è ormai ora che cominci a leggere il greco antico; che il tesoruccio è un'appassionata lettrice di filosofia illuminista e che anche il parroco si è complimentato per la sua intelligenza; che ha un fratellino più piccolo e che anche lui se la cava (Dio mi risparmi di farne la conoscenza!).

Sono annientato.

Mi chiedo quale perverso segreto nascondano; non so se temo di più che il padre sia proporzionato ai membri della famiglia che conosco o se invece mi preoccuperebbe di più che fosse una persona normale, intrappolato con tali creature.

Se ne vanno, spingendosi l'un l'altra, in uno svolazzare di nastri, frustrazioni e ansietà. Io aspetto.

Aspetto che la bimba compia i diciott'anni: giuro che la sottrarrò alla madre, la porterò nei più schifosi negozi post-punk e le rifarò il guardaroba. Poi la imbarcherò su un treno per Amsterdam, anzi, la accompagnerò e le darò dei compiti ben precisi: oggi studiamo la sbronza di superalcoolici, mentre domani ci dedicheremo ad approfondire le pratiche di rollaggio, per poi passare a Teorie e Tecniche della discoteca. Hai pomiciato con quel tipo di ieri? No? Vergogna, dovrai dare l'esame di riparazione! Ti ho visto! Hai di nuovo letto Chateaubriand, inutile che nascondi il libro! Mi chiedo dove andrai a finire di questo passo! Invece di leggere Moccia, come fanno tutte le ragazzine della tua età! Che tempi, che tempi!

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 10:34 | Permalink | commenti
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venerdì, 10 marzo 2006

Sul Moccio (ovvero: posso portarti tre metri sopra il cielo e poi buttarti giù senza paracadute?)

 

Per una volta mi decido a dare una pulita agli scaffali: di solito mi piace l’idea della libreria sporca lurida, ha un che di intellettuale stagnante, ma ormai la polvere rende quasi impossibile l’individuazione dei basilari connotati dei libri. Così, armata di piumino, mi aggiro per la bottega piena di buoni propositi, fino a quando uno spiffero gelido mi colpisce la schiena: la porta si è aperta mostrando un qualcosa o un qualcuno che non riesco ad individuare. I tratti sono confusi, solo una voce pronuncia parole in modo strascicato: “Essenti… che c’hai il libbro Ho vvoglia di Te?”. Meccanicamente, sospendendo il pensiero cosciente, mi dirigo allo scaffale Fe1trine11i, prendo una copia di ‘sto coso azzurrino, la mostro a quell’essere di cui continuo a non cogliere l’aspetto, la porto in cassa e batto lo scontrino incassando i soldi, che sono, quelli sì, reali. La porta si riapre, un altro spiffero mi colpisce, questa volta in pieno viso, risvegliandomi dalla sorta di trance in cui ero caduta. Ma cazzo! Solo ora comprendo ciò che è successo: la figura che pareva aver indossato una tuta disindividuante non era altro che una dei tanti appartenenti alla specie “Tamarrus”, purtroppo in piena proliferazione, la cui particolarità saliente, in questo periodo, è comprare il seguito del romanzo (se così si può definire) che tanto è piaciuto ai ggiovani doggi. Sono costernata: oltre ad essermi persa la possibilità di un’esecuzione coi fiocchi e relativo sadico spargimento di sangue, ho perso anche l’opportunità di interrogare la strana sagoma (prima di terminarla, ovvio). Succede sempre così e la sensazione di sgomento è sempre la stessa. Le domande che vorrei porre a queste strane creature sono le seguenti, con la speranza di venire illuminata su una qualche ragione per cui ‘sto libro è in cima alle classifiche ed è diventato la nuova Bibbia:

-         Ma, tra di voi, davvero parlate così? Davvero non finite mai una frase? Davvero rincorrete anacoluti e congiuntivi sballati come se fossero un primo premio della lotteria? Veramente avete un vocabolario di 37 parole, perlopiù gergali? Come riuscite ad esprimere la gamma di umani pensieri con simili strumenti? Ma li avete, ‘sti umani pensieri?

-         I vostri nomi di battaglia sono veramente Step, Madda o Babi? E se sì, che cosa mi rappresentano? Vi vergognate dei vostri nomi veri, alla faccia di genitori che hanno sudato sette camicie per darvi, incerti fra Cristopher e Jessica? O lo fate perché cercate di essere originali, perlomeno in quello, visto che la vostra alternatività è solo una facciata, ancor più banale e massificata della Mulino Bianco?

-         Davvero siete convinti che quello che avete appena comprato sia un libro e non un’esca per i vostri poveri cervellini in cerca di delucidazioni su come va la vita? Riuscite a capire che siete solo una sacca di mercato e che l’autore, l’editore e anch’io, naturalmente, ci interessiamo alla vostra generazione solo in rapporto a quanto può spendere?

Bene, il mio studio antropologico sulla Nuova Generazione finisce qui: in realtà non pongo mai le domande, forse perché credo di sapere le risposte, forse perché le risposte non mi interessano. O forse ho paura di quello che potrebbero dirmi, e ancor di più del modo in cui sarebbero capaci di comunicarlo: “Cioè, no, senti, ‘sto libbbro è troppo bello, perché parla dell’Ammmmore, dei Sssogni, delle speranze di noi Gggiovani”. Potrebbe partirmi un colpo, magari per difendere la mia proprietà, visto che la legge ora me lo consente, o forse per difendere la Proprietà di linguaggio. E se li stermino, poi chi me la paga la pensione?

Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 14:44 | Permalink | commenti (3)
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