lunedì, 30 gennaio 2006

E adesso mambo...

Per un qualche scherzo del destino, in libreria da me non si ascolta mai la musica adatta a chi si ha davanti. Nessuno di noi ha gusti estremi: non ci sono fanatici di Marylin Manson o sfegatati seguaci di Casadei, ma spesso, mentre servo, vedo il cliente che ho di fronte lanciare occhiate perplesse alle casse del pc. Ecco dunque un Breve Galateo musicale in libreria:

- Non è consigliabile, mentre si serve la signora Serbelloni Mazzanti, fedele cliente ed appassionata di piccolo antiquariato vittoriano, interamente laminata di coccodrillo e oro e visone, ascoltare "Rape me" dei Nirvana: dalla sua espressione potrete presto capire che la tata delle sue figliole, madrelingua inglese, ha dato ripetizioni anche a lei e che, dunque, l'invito di Kurt Cobain le è fin troppo chiaro;
- Non è opportuno, mentre si fanno vedere libri al signor Xxx, dal cui portafoglio occhieggia una tessera di AN, una di FI e una sua foto con Caselli, passare sul pc "Contessa" di Pietrangeli: o meglio, la cosa non opportuna è lasciare entrare un simile individuo nella vostra bottega. Se proprio entra, fate in modo che non ne esca mai più, se non attraverso il cassonetto della raccolta differenziata.
- Non è corretto sogghignare osservando l'espressione di Gertrude Goretti, che vi ha appena chiesto consiglio su cosa regalare ai suoi amici della Curia, mentre alle dolci parole di "Sbattiamoci" di Renato Zero seguono in rapida successione l'inizio di "Mi ami" dei CCCP per poi sfumare ne "L'avvelenata" di Guccini. Ancor meno corretto è canticchiare al contempo le stesse canzoni, mimandole.
- Cercate di non balzare sul bancone alle prime note di "Let's get loud" della Lopez, quando avete il negozio pieno di una delegazione di intellettuali alternativi di sinistra: potrebbero pensare che, ORRORE!, ascoltate della... musica pop!
- Al contrario, se un gruppo di squatter berlinesi ha deciso di saccheggiare il vostro reparto di Taschen e si aggira per la bottega con cani e piercing e tatuaggi, cercate di interrompere l'infinita sfilza di brani di musica tardo-elisabettiana che fluisce dal vostro computer.
- Se lavorate con un essere umano dotato di sopportazione a livelli laici e non da San Francesco, cercate di non propinargli per l'intero orario di apertura l'opera omnia di Joni Mitchell, giorno dopo giorno, album dopo album, acuto dopo acuto. (Questa è autobiografica: scusa ancora, Ocram...).
- Se vi hanno appena chiesto l'ultimo testo di legge proibizionista, la biografia di Muccioli e guardano con disgusto il pacchetto di sigarette sul bancone, non è educato togliere "Legalize it" di Tosh solo per sostituirla con "Heroin" dei Velvet Underground.
- Se siete in presenza di uno skinhead militante, evitate sia Somerville che "L'internazionale" nell'interpretazione del coro dell'Armata Rossa: potrebbe aversene a male e tirare fuori l'olio di ricino. Sicuramente meglio un buon CD di Moni Ovadia.
- Se state aiutando una vecchietta a scegliere un libro per il nipotino di 55 anni, cercate di non stordirla con "God is a DJ" dei Faithless sparato a volume degno di un rave party: la signora potrebbe sorprendervi, mettendosi a ballare e chiedendovi una pasta o, in alternativa, facendosi venire un imbarazzante ictus nel vostro negozio.
- In presenza di un cliente, qualsiasi cliente, non è di buon gusto cantare tutta "Bohemian Rhapsody", coro e falsetti compresi, magari scuotendo la testa a ritmo con la musica. Certo, se si è con Plexiglass, la tentazione potrebbe essere troppo forte e trascendere ogni vostro controllo: come canta lei la parte centrale, nessuno...

Oppure potete godervi tutte le scorrettezze sopra elencate, ma proprio tutte, ghignando sotto i baffi e cercando di memorizzare le facce di volta in volta scandalizzate, irritate, sorprese, stupefatte dei vostri intolleranti clienti... Naturalmente, per esperienza personale, consiglio quest'ultima soluzione.

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 12:00 | Permalink | commenti (4)
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venerdì, 27 gennaio 2006

Gli Universitari




Mi chiedo sempre più spesso cosa vengano a fare gli studenti universitari nella mia libreria. Potrebbe sembrare un controsenso, visto che essi sono i virgulti della futura classe intellettuale, creature con un futuro radioso di letture e interessi, avidi divoratori di libri che costituiscono il pane quotidiano delle loro voraci e crescenti menti. Ancor meno senso si può trovare nella mia affermazione sapendo che, in effetti, io vendo anche testi universitari. Ancora di meno se si considera che io stesso sono stato universitario per un numero di anni abnormalmente elevato.


Resta tuttavia l'evidenza che, quando oltrepassano la soglia del mio negozio, gli universitari subiscono una devastante e improvvisa moria di neuroni, in modo così grave da farmi sospettare che la CIA abbia sparso qualcosa nell'atmosfera della bottega. Talvolta mi viene il dubbio che, al contrario, il loro problema sia cronico: come spiegarsi altrimenti il fatto che a vent'anni alcuni si facciano ancora accompagnare dai genitori a comprare i libri?
I futuri Villari e Sanguineti cominciano a cadere subito di fronte alla mia domanda se cercano testi scolastici o altro: infallibilmente rispondono che cercano proprio quelli. E non è vero! E tiratevela un po'! Non andate più a scuola, piccole creature, andate all' U-N-I-V-E-R-S-I-T-À. E invece no, hanno ancora il latte sulle labbra e già vorrebbero tornare indietro ai banchi di scuola.

Una volta appurato che chiedono libri di glottologia e semiotica, che certo non sono materie scolastiche delle superiori, e aver quindi dedotto che non sono liceali, procedo con il servirli, pur disperando delle loro capacità di capire più di due pagine dei libri che darò loro.

Il momento della Richiesta dei Testi li vede sudare copiosamente: hanno enormi Guide dello Studente in cui non trovano nulla; fogliettini sgualciti e dall'aspetto equivoco che evito accuratamente di toccare, non sapendo dove hanno dimorato, e che scavano con fatica da una delle trentadue tasche dei loro pantaloni falso-militari; mi danno in mano il cellulare su cui lampeggia il testo di un SMS: “Oh, bello, cè dà farsi sti libri per l'esame, un bel pò di roba” cui segue un impreciso elenco (ho sempre la tentazione di tenermi il cellulare e di farci un paio di telefonate, mentre cerco i libri, ma poi la violenza perpetrata sull'ortografia mi convince a liberamene al più presto); oppure me li recitano direttamente loro, come scolaretti confusi e smarriti, dimostrando che ancora confondono editore e autore, che ancora invertono titolo del libro e nome dell'esame e che ancora non hanno capito che “edizione Laterza” non vuol dire che il docente vuole La Terza edizione di un testo, ma un manuale di un editore barese.
Una volta partorito con sofferenza il titolo, si aprono due differenti scenari: nel primo il libro non c'è e loro restano sbigottiti e spesso irritati che io non abbia disponibile subito, e usato, “La storia dell'epistassi nella tradizione iniziatica dei Baluba di inizio secolo”, che sulla Guida è accompagnato dall'irrilevante nota “In corso di stampa”; nella seconda ipotesi il libro c'è, ed è peggio. Per me. Lo prendo, lo mostro; loro lo guardano, lo rigirano; mi chiedono se non ce l'ho usato, e io prendo l'usato; loro lo guardano, chiamano al cellulare l'amica per un consiglio, mi chiedono se non ne ho una copia migliore; prendo una copia di seconda mano, ma mai aperta, probabilmente appartenuta a un raccomandato che l'ha comprato solo per fare scena; lo guardano, mi chiedono il prezzo, chiamano la mamma per sapere che ne pensa. Calcolo i prezzi, faccio gli sconti per gli universitari, riduco il mio margine, ma so già che la cifra che dirò non ha importanza: mi guarderanno con un sorriso e mi diranno “E questi altri?”.
La scena si ripete per un'altra decina di titoli, con telefonate alla Federconsumatori, a Nonna Rina e a un amico dell'asilo, fino al triste epilogo.

Col bancone ricoperto di libri che mi hanno chiesto, per ogni prezzo e dimensione, in ogni possibile variante di conservazione, l'universitario sospirerà e mi confesserà “Grazie, volevo solo darci un'occhiata. Magari ripasso...”.


Eh, no, tu non ripassi, perché adesso io ti piglio e ti sdraio sul bancone: non sono grosso, ma l'ira repressa mi trasforma in un Hulk (verdognolo lo sono già a forza di stare chiuso in libreria). Mentre i tuoi compagnucci osserveranno la scena con i loro occhi da trota salmonata dopo la bollitura, con precisione da nazista comincerò a strappare le pagine dei libri di antropologia e psicologia clinica e poi a fartele ingoiare una ad una: tanto dovrai digerirle prima o poi 'ste nozioni, no? Ecco: assaggia Margaret Mead, poi masticati Melanie Klein, e infine chiudiamo con un po' di Foucault. Detesto rovinare i libri, ma forse stanno facendo una fine meno infame che in mano tua, dove sarebbero stati sottolineati in arancione e rosa confetto, riempiti di sciocche note a margine in cui si palesa la tua assoluta incomprensione di ciò che hai letto, per poi essere dimenticati appena dato l'esame. E una volta che hai finito la merenda culturale, giuro che ti prendo a calci fino all'uscita del negozio, ti deposito fuori e appendo un cartello con la tua foto sbarrata da una grossa riga rossa, con sotto scritto “QUI NON POSSO ENTRARE”.

Oh, che soddisfazione, sputare nel piatto in cui si mangia!

 

 

 

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 10:54 | Permalink | commenti (1)
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mercoledì, 25 gennaio 2006

.            Fuori Tema           .

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 17:40 | Permalink | commenti
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mercoledì, 18 gennaio 2006

Blendung Dixit:

Se poi tu la piantassi di fare la pornostar in bottega, ne guadagneremmo tutti in decenza e credibilità.

Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 14:18 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 12 gennaio 2006
 

Oltre lo Specchio, ovvero: cosa pensa il cliente.


Manca ancora mezz'ora al convegno sull'uso del Multiverso nella letteratura americana del Novecento. Il mio intervento è già pronto, stilato e limato. Potrei passare a cambiarmi a casa, ma chi se ne frega... Andrò vestito così, un po' da giovane squatter alternativo: tanto mi conoscono tutti e sanno che mi vesto come mi pare. Mezz'ora da occupare: potrei entrare in questo buco di libreria, non mi sembra d'esserci mai stato.

Buonasera, siete ancora aperti?

Forse mi sbaglio, ma mi sembra che il libraio abbia ringhiato, o forse era un rutto... Vabbe', bastava che dicesse che stava chiudendo. Finché non me lo dice, io resto. Ma... Adesso guardo meglio, mi sembra gli manchi un braccio... Ah, no: lo sta solo nascondendo dietro un pannello. Chissà perché, la gente è davvero bizzarra. Ecco: sta fumando... Come se non si vedesse: o sta bruciando qualcuno là dietro o si sta facendo una sigaretta in un luogo in cui non potrebbe. La gente non solo è bizzarra, ma davvero non ha rispetto.

Guardiamo i libri, che è meglio. Le solite cose: best-sellers del cavolo, l'Harry Potter di rigore, i Castelvecchi per darsi una verniciata di finto impegno alternativo, soliti libelli contro-governativi. Tutte uguali sono, alla fine, 'ste librerie. E questa ha in più lo svantaggio di un cerbero psicopatico che mi guata da sotto gli occhiali come se io fossi Arsenio Lupin in incognito e stessi per rubargli pile intere di libri. E dire che a me li regalano, come critico professionista. Certo che se fosse davvero preoccupato potrebbe anche degnarsi di staccare gli occhi dal monitor del PC, invece sembra cementato sullo sgabello. Già, deve davvero viverci lì sopra a giudicare dalla polvere che ricopre i libri di fotografia. E poi: che caos! Sarebbe davvero così difficile organizzare razionalmente 'sti quattro libracci? Non si trova nulla... Chiediamo, che facciamo più in fretta...

Mi scusi, cercavo un libro di Witkiewicz...

Be', che ho detto adesso? Mi guarda come Bambi nella scena dei cacciatori: occhio lucido, sguardo smarrito, espressione sottomessa. E adesso digita furiosamente sulla tastiera, come se dovesse scriverlo lui il romanzo... In fondo gli ho solo chiesto un libro di uno dei principali autori polacchi. Un momento: ecco cosa succede! Non sa come si scrive! Guardalo lì che affannosamente percorre tutte le varianti del nome: Vitchieviz, Witchievicz, Vitchiewitz, tutte se le sta facendo! Dice di non avere nulla, ma secondo me non ha mai beccato l'ortografia del nome. Infatti ho visto una pila di Witkiewicz vicino all'ingresso. Pazienza, certo che poteva chiedere come si scrive. E adesso che fa? Io sono qui al bancone e lui risponde al telefono? Vabbe'... Si organizza la sua squallida serata e io aspetto. Gente bizzarra. Adesso gli chiedo qualcosa di più semplice... Com'era quell'autrice che piace tanto a mia nonna? Ah sì, Danielle Steel.

E della Steel? Avete nulla?

Guarda te come salta in cattedra: con espressione sprezzante e sguardo compassionevole mi comunica che non la tengono, come se gli avessi chiesto un manuale per truffare le vecchiette. E dire che l'applicazione dello strutturalismo bachtiniano alla Steel come rappresentante della letteratura di genere potrebbe essere assai interessante... Bene, neanche la Steel. Mi faccio ancora un giro, che qui non si cava un ragno dal buco.

Ora il libraio mi guarda e poi osserva l'orologio; mi guarda e si alza a mettersi il cappotto; mi guarda ancora e si attorciglia la sciarpa. Dovrà chiudere.. No, manca un quarto d'ora. No, no: deve chiudere, mi sta invitando ad andarmene. Ma come? L'orario sulla porta dice che chiudete alle venti, mancano quindici minuti! Vero che ho visto uscire la sua collega venti minuti fa...

Va bene, mi hai mosso a compassione, con la tua faccetta verniciata di frustrazione e rancore: domani ti aiuto a cambiare vita. Vengo qui alle nove e trenta, ti aspetto davanti al negozio e, prima che tu apra, una botta in testa, ti prendo e ti caccio in un sacco. Ti carico in macchina: non chiedere dove andiamo, è una sorpresa. La città sfuma in periferia e noi procediamo. Poi ti recapito per espresso in campagna da amici: gente semplice, magari tendenzialmente manesca, che lavora e che ha sempre bisogno di manodopera: un po' di aria fresca non può che giovare al tuo aspetto, sai, hai davvero un colorito un po' stantio... E ti farà certo bene fare qualche movimento diverso dal salire e scendere dallo sgabello. Sono sicuro che, dopo sei mesi a zappare la terra, a spaccarti la schiena sulla cicoria e a dar da mangiare alle vacche sotto padrone, tornerai al tuo lavoro di libraio con spirito rinnovato, maggior umiltà e gioioso entusiasmo. O, perlomeno, a forza di aver le mani sporche di letame, avrai perso l'antigienico vizio di fumare mentre lavori...

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 11:55 | Permalink | commenti (1)
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