mercoledì, 30 novembre 2005

Ma, in fondo, un qualche motivo per cui faccio ancora questo lavoro deve esserci, e infatti c'è



Una volta che ho registrato le fatture, preparato i riordini, gestito le rese, caricato i nuovi arrivi, eliminato i clienti dal mio raggio visivo e dalla faccia della mia terra, allora chiudo la serranda.
Fuori è buio, non passa più nessuno davanti alla vetrina. Plexiglass è già andata via e io sono dentro da solo.
Mi accendo una sigaretta in negozio e alzo il volume della radio: passa Shania Twain e va bene così. Canticchiando, comincio a girellare per la libreria. Raddrizzo una pila, sposto un volume, ma non è quello che sto facendo. Sto aspettando e fumo.
Come un goloso davanti al menù di un ristorante, come un playboy che scorre la sua agendina, cerco il piacere della serata, cerco compagnia e godimento.
Con gli occhi accarezzo le copertine, le sfioro fisicamente con le dita. I Neri Pozza civettano come delle cocotte, graziose e un po' frivole, con le loro copertine raffinate, ma un po' troppo furbette. Strizzo loro l'occhio e mi allontano. Da uno scaffale Cormac McCarthy mi fa un cenno d'intesa, promettendomi una serata di superalcoolici ed emozioni forti, un vecchio amico che ti sorprende perché, raccontandoti con semplicità la sua vita devastata, ti spinge a capire un po' di più il mondo e te stesso, pigliando a calci morale e moralismi.
Attorno al tavolo ci sono Jordan, Martin, Eddings e Tolkien: mi sorridono, scintillanti nelle loro armature intarsiate, promettendomi ore di oblio in cui non solo il reale, ma addirittura il verosimile verrà dimenticato e sovvertito, travolto da fiumi di sidro e linguaggi inventati, perso in luoghi perfetti ed irreali. Svaniscono in un fumo magico non appena li oltrepasso.
Da un ripiano un po' nascosto proviene un rumore: è quel vecchio porco di Miller che sta cercando di portarsi a letto la copertina più vicina. Mi vergogno un po' di lui, come di un amico che ci ha conosciuti da adolescenti e che sa troppe cose che vorremmo dimenticate.
Mi avvicino a Dick, lui non è neanche più un amico, è un padre spirituale. Sfoglio le sue pagine, le conosco ormai quasi tutte, l'ho saccheggiato, ma lui non mi ha mai rinfacciato nulla: paziente ha condiviso con me le sue genialità e le sue cazzate, le sue paure e i suoi deliri, facendomi capire che erano anche i miei o che lo sarebbero stati.
Vado a spegnere la sigaretta e passo accanto a un vecchio signore che si volta al rumore dei miei passi, rivolgendomi uno sguardo cieco. Lo ringrazio per l'invito a passare un'ennesima serata con lui e gli spiego che in questo momento non mi posso permettere la sua cultura lussureggiante, non posso rischiare di perdermi nei suoi labirinti e nelle sua scatole cinesi: già io stento a distinguere ciò che è in alto e ciò che è in basso. Lui mi sorride e riprende ad ascoltare i suoi tanghi e ad accarezzare un libro che non può più leggere.
Una zaffata di whisky e un altro invito: da sotto i suoi baffoni Faulkner mi chiama "Giovanotto" e si lancia in una frase rocambolescamente affascinante in cui già inizia una storia di poveri bianchi, di viscere e sudore. Sono tentato di passare con lui ancora qualche ora, in fondo io ho sempre letto la vita, invece di viverla. Ma non oggi, oggi voglio qualcuno di più freddo, di meno alcoolico. Waugh allunga verso di me una coppa di fragole fuori stagione e un calice di champagne: una serata nel corrotto bel mondo dell'epoca edoardiana? Sartre lo rimbrotta, da dietro gli occhialoni spessi e mi fa cenno che deve ancora rispiegarmi cosa voleva dire l'ultima volta che ci siamo visti. No, no, ho già la gastrite stasera, non aggiungiamoci altri esistenziali malanni...

Ma eccolo: lo scintillio di una lama, una foto in bianco e nero, un intarsio orientale di lineare complessità, un san Sebastiano di Guido Reni e un kimono dipinto. L'uomo fa solo un cenno col capo, ma io mi avvicino. Lui mi accoglie con cortesia, mostrandomi un sottile volumetto, un romanzo giovanile che non ho mai letto. Mishima mi descrive la piega sublime della nuca di una geisha, mi parla di una donna che acquista un paio di calzette. Gli rispondo che anch’io ricordo una ragazza in calzette bianche, ma era di Genova e non di Tokyo. Dietro la vetrina i peschi sono in fiore ora. Siamo complici nella perversione e lui mi culla con le sue parole eleganti e precise. Staremo assieme stasera: amerò con lui, penserò con lui, parlerò con lui e lui mi risponderà in uno scambio profondo e intimo come un lungo abbraccio.
Spengo le luci e giro la chiave nella toppa, poi vado ad aspettare il pullmann col mio libro in mano, il dito indice già in mezzo alle pagine a tenere il segno. Fa molto freddo e c'è poca luce. Un'altra sigaretta.
Ripenso ai miei amici di carne e sangue, agli amori di carne e sangue, alle passioni di carne e sangue: fate come volete, andatevene, tornate; trascuratemi, soffocatemi; lasciatemi, prendetemi, ma non potrete mai reggere il confronto con Loro.

Finché potrò leggere, io non sarò mai solo. 
 

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 11:32 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 28 novembre 2005

"Guardi cos'ho trovato..."

EccoLa! Cominciavo  a preoccuparmi: già l'altro mercoledì non L'avevo vista e mi stavo chiedendo che fine avesse fatto. Comprensibile visto che La vedevo due volte alla settimana nella libreria dove lavoravo prima e una volta ogni sette giorni da quando abbiamo aperto questa. Lo so, lo so che Lei non fa mai eccezioni: anche la settimana di Natale e quella di Ferragosto. Le confesso una cosa: quella di Ferragosto potremmo anche saltarla, sa? Non per offendere, ma l'odore di stantio e poco pulito, che sempre si porta appresso, d'estate peggiora notevolmente. Vedo che si è comprato un cappellino nuovo, bellissimo: il berretto da baseball arancione ANAS sta benissimo con i Suoi capelli grigi e lunghi, scarmigliati al punto giusto. Non ha problemi? L'unto che li ricopre non si rovina strusciando contro il cotone del cappello? No, no, vedo che c'è ancora, più schifoso che mai.
Faccia con comodo, giri pure per la libreria, non si preoccupi per me. So che posso sembrarLe invasato visto che anch'io giro come una trottola, ma vorrei evitare che Lei mi sfiorasse con i Suoi vestiti che sono inconciliabili con i miei: i miei vengono lavati periodicamente, mentre i Suoi credo non abbiano visto acqua da quando li ha comprati e messi addosso, sempre gli stessi da quando la conosco, estate e inverno.
Va bene, mi ha incantonato e non riesco a scappare oltre, ma ho ancora una freccia nel mio arco, che crede? Ecco, mica vorrà scavalcare pure il bancone... Cos'è quel sogghigno? E quello sguardo furbetto dietro le cispe degli occhi? Mi devo preoccupare? Ah, no! Vuole solo farmi vedere, come tutte le volte, quello che ha raccattato sulle bancarelle, o in altre librerie o nei cassonetti dell'AMIAT! Bene, cos'ha trovato stavolta? Fra l'altro: devo farLe i miei più sentiti complimenti per le Sue unghie! Lunghe, giallognole, listate di nero... Chi è la Sua manicure? Bela Lugosi? Dario Argento?
Ecco, sì, lo appoggi sul bancone, 'sto plico di cartaccia schifoso, se lo scorda che io lo tocchi... Un trattato sull'uso delle viscere di galline nelle cerimonie della Tanzania dell'ottocento, in francese. Che colpo di fortuna: dev'essere davvero un pezzo unico! No, io non ce l'avevo, ha fatto bene a comprarlo da altri; no, non ho null'altro di simile, ho il magazzino pieno di boiate invendibili, ma mai quelle che interessano a Lei. Non gliel'ho mai detto, ma la Sua voce mi affascina: è naturalmente  così stridula e strascicata o ha fatto un corso dalla strega Nocciola? In effetti, adesso che ci penso, anche fisicamente assomiglia un po' a una fattucchiera... Mica porta jella? No, vero?, a parte quella di respirare la sua stessa aria, naturalmente.
Bene, ha cominciato a intessere un garbuglio incomprensibile di discorsi, come sempre dopo aver iniziato con una domanda priva di qualsiasi senso: "Ma lei non va in vacanza a Bangalore?". Sembra che Lei non faccia mai caso alla mia espressione, a metà fra lo sbigottito e il francamente incazzato, e procede per la sua strada: "Perché a Bangalore, in questo periodo, c'è un musicista che suona il sitar con i piedi..." Oh no, La prego! Non mi faccia pensare ai Suoi di piedi, che potrei vomitare sul bancone!
Cerco di interloquire, giusto per distrarmi dalle inquietanti ombre che velano il Suo collo, ma, come sempre, Lei mi corregge: anche quando io dico "Certo, ha ragione Lei", lei controbatte, con la sua vocina chioccia: "Nooo, diciamolo meglio...", per poi rituffarsi in una marea di stronzate.


Ma oggi, oggi è un giorno speciale, oggi mi voglio occupare di Lei. Venga, venga nel retro... Cosa ci faccio con in mano una smerigliatrice elettrica? Ma è ovvio, Le pulisco il collo! Fermo, fermo, non si agiti! Ecco fatto: un po' arrossato, molto arrossato a dirla tutta, ma di certo pulito. Però deve stare più fermo adesso che le scrosto le unghie con lo scalpello... Fermo! Ecco, si è mosso, ma non importa: non c'è più sporco sotto le unghie.. Lo so, non ci sono neanche più le unghie ma quello è un dettaglio, no? E adesso, "puliamolo meglio", come dice sempre Lei. E' l'ora del bagno: prego, si butti in quella vasca... Purtroppo non c'è tanta schiuma, ma vedrà che si farà... La soda caustica ribolle sempre un po' quando ci butti dentro qualcosa che si agita...
Perfetto: ora il mondo è più pulito.

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 09:29 | Permalink | commenti
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venerdì, 25 novembre 2005

"Grazie, Eleonora/Giulietta/Irene..."

I clienti abituali, quelli che ogni porca volta che entrano precisano “Io vengo sempre da voi perché…blablabla”: di questo sono felice, davvero, anche se mi piacerebbe che si limitassero ad entrare, scegliere, venire alla cassa, pagare e uscire senza aprire quella dannata bocca. Però questo mio desiderio non viene praticamente mai soddisfatto e così succede che entri tu, mi saluti, cortese come sempre, il tuo colorito è inquietante così come il tuo fare da contessa vagamente isterica. Passi che ogni volta, nel raggiungere il bancone, mi butti per terra pile e pile di libri, camminando come una labirintitica, il tuo senso dell’equilibrio palesemente inesistente; passi  che, dopo avermi chiesto un consiglio, compri sempre libri del cazzo, creando in me ulteriore frustrazione; però questa volta no, questa volta hai esagerato, non dovevi farlo: il mio nome non è Eleonora, non è Giulietta e non puoi sostenere che io abbia la faccia da Irene solo per giustificare il fatto che un lifting ti tira la pelle ma il tuo cervello rimane comunque quello di una rimbambita.

Non ti rendi nemmeno conto di stare rotolando giù per le scale - ti ci ho spinta io - e rotoli, rotoli, rotoli e io ti guardo,  osservando le tue membra che si disarticolano come gli arti di una marionetta a cui sono stati tagliati i fili, assumento angoli e posizioni che trascendono la natura. La tua corsa si conclude sul secondo pianerottolo. Ti raggiungo, mi ricordi Regan dell‘Esorcista e mi aspetto di sentirti ringhiare “Chiavami!” da un momento all’altro, ma non puoi farlo: frammenti di denti ti impediscono ogni fonazione, il tuo volto è deformato da una griglia in cui le stirature del chirurgo plastico si intrecciano ora con i segni lasciati dagli spigoli antiscivolo dei gradini.

Blendung mi guarda stupito e scandalizzato: “Ma Plexiglass, che fai? Hai lasciato il negozio senza nessuno a fare la guardia?”, prima di avvicinarsi per aiutarmi. Una caviglia a testa, iniziamo a trascinare la Cliente Abituale per gli ultimi tre scalini, allegramente scanditi dalla sua testa che rimbalza da uno all’altro. “Te ne occupi tu? Mi sembra che ci sia qualcuno sopra che aspetta…”.

Osservo l’espressione vagamente irritata del mio collega: lo so, mi sono presa la parte divertente e a lui ho lasciato quella noiosa, la faticaccia di tirare su un peso morto e infilarlo nella controsoffittatura…

Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 12:08 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 25 novembre 2005

.            Fuori Tema           .

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mercoledì, 23 novembre 2005

“Niente, solo un’occhiata”

Ecco: tutto è in ordine, l’ora di chiusura è arrivata, sto per uscire, un’altra giornata è finita.

Arrivate Voi.

Entrate titubanti e timidi, mentre io vi sorrido, ricacciandomi in gola una bestemmia inumana. Mi spingo fino a chiedervi cosa desiderate, con la speranza che sappiate tradurlo nel suo effettivo significato, ovvero:”Se mi dite cosa volete posso cacciarvi fuori dal negozio. Chiedetemi un libro, in modo che io possa rispondervi che non ce l’ ho, che non so cosa sia, che mai l’ ho avuto e mai lo avrò, anche se si tratta del più fottutamente arcinoto best-seller le cui pile occupano mezzo tavolo…”.

“Niente… Volevamo dare un’occhiata…”

Vi siete scoperti: siete una “Squallida Coppietta del Sabato Sera”. Vil razza dannata.. Avrei dovuto capirlo da come guardate quelle bizzarre cose fatte di carta che si chiamano libri. Che domanda sciocca vi ho fatto! Chiedervi un titolo di un libro quando probabilmente ignorate che i libri hanno titoli! Chiedervi cosa desiderare quando probabilmente fate fatica anche solo a desiderare qualcosa che non sia un cellulare o una maglietta nuova.

Oh, ma io vi conosco, io so cosa fate qui, tanto imbarazzati da mormorare e bisbigliare come se foste entrati in chiesa, io so perché fate finta di guardare gli Adelphi di Borges (pover’uomo che mi si rivolta nella tomba, probabilmente), io so perché consultate fintamente interessati il Dizionario di Mitologia Celtica. Lo fate perché aspettate. Aspettate le otto e mezza per andare al cinema e volete aspettare qua dentro, al caldo. Col cazzo che ve lo lascio fare! Sono mica una sala d’attesa per lobotomizzati! E poi: aspettate dentro il cinema, no? Puzzate troppo e vi hanno buttato fuori?

Aspetto qualche minuto, fingendo di essere affaccendato, poi, con voce metallica e professionale, vi comunico: “Scusate, ma dovrei chiudere…”, sottintendendo che devono togliersi dai coglioni all’istante, visto che ho appena compiuto la Settantesima Ora di Lavoro Settimanale. Mortificati vi avviate all’uscita, a passo esasperantemente lento.

Aspettate, vi apro la porta e, rapido, vi faccio lo sgambetto proprio sulla soglia. Cadete, metà dentro e metà fuori dal negozio. Oh, mi dispiace, ma non vi rialzerete, visto che vi ho bloccato mettendomi in piedi sulle vostre schiene. In mano ho già il telecomando della saracinesca motorizzata: un investimento davvero soddisfacente. Inizio ad abbassarla. Come in una scena di Indiana Jones cercate di rotolare via dall’asta di ferro che si abbassa sempre più, ma voi non siete degli stunt-men. Blocco la serranda tenendovi pizzicati sotto, immobilizzati, per sorridervi ancora una volta e sfilarvi di tasca i biglietti del cinema. Be’, non avevo programmi per stasera, mi guarderò un film, penso mentre schiaccio di nuovo il pulsante del telecomando e attendo di sentire il crepitio delle vostre giunture schiantate dall’inarrestabile forza meccanica di un motore elettrico. automatizzato giustiziere.

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 18:55 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 22 novembre 2005
 

 

Una monografia su Van Gogh.


Lo so, lo so. Nel mio mestiere, quello che la gentucola chiama un mestiere a contatto col pubblico bisognerebbe non giudicare dalle apparenze. Oddio, non bisognerebbe farlo mai, ma a volte risulta impossibile.

Era una giornata rara, di quelle che mi capitano una volta ogni dieci anni, e avevo appena aperto la libreria, sentendomi un po' yuppie in carriera e un po' Hugh Grant in Notthing Hill. Il sole splendeva sulla città solitamente torva, gli uccellini cinguettavano e avvenenti fanciulle danzavano in mezzo alla strada spargendo petali di fiori. Be', forse quello no, comunque era una giornata un po' meno di merda delle altre.

Ricordo che stavo controllando la posta quando sei entrato. Avevo sentito la porta aprirsi, ma, concentrato, non ho alzato la testa mentre ti salutavo cortesemente. Tu hai risposto con altrettanta cortesia, anche se con inflessione vagamente da sgallettato, aggiungendo subito dopo: “Cioè, io stavo cercando un libro tutto su Van Gogh, il pittore, no?”. Tralasciamo il fatto che, come il 98% delle persone, so chi è Van Gogh e che, probabilmente, sarei in grado di nominarti altri 75 artisti di prima grandezza che tu ignori; tralasciamo il fatto che hai costruito una frase stuprando una lingua; tralasciamo il fatto che hai dimenticato di ingurgitare la razione di fagioli con le cotiche con cui hai fatto colazione e dunque borbotti incomprensibilmente. Ciò che non posso tralasciare è la tua maglietta. Certo, ti sta bene: hai un fisico molto più bello del mio e forse c'è una venatura d'invidia nel mio sguardo, ma tu non ti devi permettere di indossare qualcosa con su stampato “FUCK YOU” a lettere cubitali. Eh, no! La mattinata era buona, io ero buono, tu eri sopportabile, perché? Perché mi devi mandare affanculo? Ho picchiato tua madre? Ti ho sodomizzato il gatto? Ti ho rigato la 106? O forse non sai cosa vuol dire? Forse non hai pensato quando ti sei comprato quella squallida maglietta che avresti insultato persone che volevano solo essere ignorate ed ignorarti? Non importa, il tuo destino è segnato.


Ti comunico che le monografie sui pittori sono al piano inferiore: non mi interessa se ti stai chiedendo cosa sia una monografia mentre scendi le scale ed io chiudo silenziosamente la porta d'ingresso del negozio.

Silenzioso come un killer professionista ti seguo al piano di sotto e ti sorprendo alle spalle mentre con aria ebete osservi la parete di libri di pittura. Mi sembra di sentire i tuoi pensieri: Miii' ma quanti cazzo sono 'sti pittori! Miii', quanti libri che ci sono!. Afferro un monumentale libro rilegato su Van Gogh che spicca appoggiato sul bancone e che tu hai per qualche incomprensibile motivo ignorato. Il pesante volume cala sui tuoi capelli lucidi di gel, aprendoti le porte dell'incoscienza.

Ti svegli dopo qualche minuto, il nastro da pacchi ti taglia i polsi legandoti all'espositore delle Moleskine. Mi avvicino privo di qualsiasi espressione, con un gesto secco ti strappo la maglietta, poi mi allontano verso la cassa. Faccio un sacchetto, annodando collo e maniche della T-Shirt e dentro ci butto 50 euro di monetine. Torno verso di te, mulinando il mazzafrusto improvvisato, saggiandone peso e maneggevolezza. Un giusto panico si dipinge sul tuo volto, sentendomi mormorare: “Dopo avrai un sacco di motivi per mandarmi affanculo, ammesso che tu riesca ancora a parlare con la mascella frantumata...”.

Il resto sono lividi e sangue, saliva e frammenti di pelle, in un guazzabuglio davvero impressionista, oltre che impressionante...

Non preoccuparti, figliolo, ti lascerò andare non appena la tua faccia assomiglierà a un quadro di Francis Bacon. Visto che sei un appassionato d'arte, dovresti apprezzare... E poi Van Gogh si è solo tagliato un orecchio prima d'ammazzarsi, seguendo Bacon posso distruggerti.

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 10:27 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 21 novembre 2005

Il Candido di Voltaire

Un pomeriggio annoiato, di quelli in cui speri che non entri proprio quel genere di persona. E, all'improvviso, la porta si apre ed entri tu: abbigliamento anonimo, sguardo vacuo e sperduto. Ti avvicini al bancone ravanando nello zaino, ti osservo curiosa e anche un po' incazzata: in tutto questo tempo non ti sei degnato nemmeno di salutare. Ma abbozzo e attendo il momento in cui ti rivelerai a me in tutto il tuo splendore. Alla fine ci siamo: dalle tue labbra esce la fatidica frase "Mi servirebbe un libro, ma non trovo il fogliettino" il mio sguardo rimane fisso su di te, in attesa, vorrei prenderti a pugni ma sento che ce la farai. Continui, infatti, a frugare nel tuo lurido zaino finché il memorandum ( non è un insulto) salta fuori e tu, tutto garulo e soddisfatto, lo apri e, dopo averlo sfogliato furiosamente, riporti lo sguardo su di me esclamando "Trovato! Voglio La Candida di Voltaire". La Candida...

Bene. Un respiro profondo prima di prenderti per i capelli iniziando a sbattere ripetutamente la tua faccia da idiota contro il cassettino del registratore di cassa. "Si intitola Candido" il mio tono è tranquillo "Candido"... colpo...

C: Un colpo, e la pelle della fronte si arrossa, mentre minute stille di sangue affiorano. Aggiusto il tiro.

A: Un altro colpo, e sento il setto nasale che si spezza con un secco crepitio, sulle mani comincio a sentire il viscidume di muco e sangue.

N: Terzo colpo: dritto sullo spigolo coi denti, un colpo perfetto, ma non basta, ce ne vogliono tre prima che gli incisivi da leprotto caschino a terra.

D: Quarto, e volto appena il viso dello studentello, affinchè riceva la plastica giusto giusto prima dell'orecchio, dove la pelle è sensibile e il timpano quasi arriva alla superficie.

I... (una breve pausa)

D: due colpi secchi, uno per occhio, ma è troppo semplice e il bulbo è troppo morbido, non c'è soddisfazione.

O, per Dio, O: tiro indietro la testa per i capelli, esponendo la gola e a quella miro: il fido registratore di cassa spezza la giugulare dell'idiota che mi si affloscia fra le mani, finalmente privo di vita fisica. Purtroppo la Natura non gli aveva mai concesso una vita cerebrale e dunque non è possibile a me togliergliela.

Soddisfatta, esco a fumare una sigaretta davanti al negozio: la legge proibisce di fumare nei locali pubblici e io sono sempre rispettosa della legge...

Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 18:09 | Permalink | commenti
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lunedì, 21 novembre 2005

Introduzione: come in un romanzo di formazione.

Siamo cambiati, come tutti il mondo ci ha scalpellato il carattere e il temperamento. A chi non succede? Ma pochi sono stati sottoposti, come noi, a una continua tortura, ora dopo ora, giorno dopo giorno, proprio su ciò che più rispettavamo e amavamo: i libri.

Abbiamo aperto una libreria anni fa, giovani pieni di speranze ed illusioni, disponibili e gentilissimi con vecchiette parkinsoniane e rincoglionite, con adolescenti confusi che noi trattavamo come smarriti Rimbaud in cerca di una guida nel mondo della lettura. Abbiamo tollerato boriosi intellettuali cinefili che richiedevano monografie su Paradzanov, ma ignoravano chi avesse scritto il Faust (Goethe, non schiantatevi su Google), ma qualcosa dentro di noi si è avvizzito.

Siamo esseri umani e una qualche rivalsa ci era dovuta: così, oltre alla soddisfazione di far passare i soldi dalle loro tasche alle nostre, ne abbiamo trovata un'altra. Adesso, quando fissiamo la schiena del nostro cliente che si allontana verso l'uscita del negozio, in mezzo alle sue scapole noi vediamo un coltello... Non lo vediamo camminare, ma strisciare in una pozza di sangue mentre noi, in piedi sopra di lui, lo staffiliamo con un frustino chiodato... Non lo vediamo chiudere la porta, ma chiuso in mezzo alla porta mentre l'angolo del serramento entra sempre più in profondità nella sua carne...

Ed ecco esibite le nostre fantasie più perverse, i nostri sogni bondage, le nostre allucinazioni sadiche, ma non ridete: magari siete voi che avete appena scatenato tutto ciò ed il volto contorto dal dolore può essere il vostro.

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 16:32 | Permalink | commenti (1)
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