Ma, in fondo, un qualche motivo per cui faccio ancora questo lavoro deve esserci, e infatti c'è
Una volta che ho registrato le fatture, preparato i riordini, gestito le rese, caricato i nuovi arrivi, eliminato i clienti dal mio raggio visivo e dalla faccia della mia terra, allora chiudo la serranda.
Fuori è buio, non passa più nessuno davanti alla vetrina. Plexiglass è già andata via e io sono dentro da solo.
Mi accendo una sigaretta in negozio e alzo il volume della radio: passa Shania Twain e va bene così. Canticchiando, comincio a girellare per la libreria. Raddrizzo una pila, sposto un volume, ma non è quello che sto facendo. Sto aspettando e fumo.
Come un goloso davanti al menù di un ristorante, come un playboy che scorre la sua agendina, cerco il piacere della serata, cerco compagnia e godimento.
Con gli occhi accarezzo le copertine, le sfioro fisicamente con le dita. I Neri Pozza civettano come delle cocotte, graziose e un po' frivole, con le loro copertine raffinate, ma un po' troppo furbette. Strizzo loro l'occhio e mi allontano. Da uno scaffale Cormac McCarthy mi fa un cenno d'intesa, promettendomi una serata di superalcoolici ed emozioni forti, un vecchio amico che ti sorprende perché, raccontandoti con semplicità la sua vita devastata, ti spinge a capire un po' di più il mondo e te stesso, pigliando a calci morale e moralismi.
Attorno al tavolo ci sono Jordan, Martin, Eddings e Tolkien: mi sorridono, scintillanti nelle loro armature intarsiate, promettendomi ore di oblio in cui non solo il reale, ma addirittura il verosimile verrà dimenticato e sovvertito, travolto da fiumi di sidro e linguaggi inventati, perso in luoghi perfetti ed irreali. Svaniscono in un fumo magico non appena li oltrepasso.
Da un ripiano un po' nascosto proviene un rumore: è quel vecchio porco di Miller che sta cercando di portarsi a letto la copertina più vicina. Mi vergogno un po' di lui, come di un amico che ci ha conosciuti da adolescenti e che sa troppe cose che vorremmo dimenticate.
Mi avvicino a Dick, lui non è neanche più un amico, è un padre spirituale. Sfoglio le sue pagine, le conosco ormai quasi tutte, l'ho saccheggiato, ma lui non mi ha mai rinfacciato nulla: paziente ha condiviso con me le sue genialità e le sue cazzate, le sue paure e i suoi deliri, facendomi capire che erano anche i miei o che lo sarebbero stati.
Vado a spegnere la sigaretta e passo accanto a un vecchio signore che si volta al rumore dei miei passi, rivolgendomi uno sguardo cieco. Lo ringrazio per l'invito a passare un'ennesima serata con lui e gli spiego che in questo momento non mi posso permettere la sua cultura lussureggiante, non posso rischiare di perdermi nei suoi labirinti e nelle sua scatole cinesi: già io stento a distinguere ciò che è in alto e ciò che è in basso. Lui mi sorride e riprende ad ascoltare i suoi tanghi e ad accarezzare un libro che non può più leggere.
Una zaffata di whisky e un altro invito: da sotto i suoi baffoni Faulkner mi chiama "Giovanotto" e si lancia in una frase rocambolescamente affascinante in cui già inizia una storia di poveri bianchi, di viscere e sudore. Sono tentato di passare con lui ancora qualche ora, in fondo io ho sempre letto la vita, invece di viverla. Ma non oggi, oggi voglio qualcuno di più freddo, di meno alcoolico. Waugh allunga verso di me una coppa di fragole fuori stagione e un calice di champagne: una serata nel corrotto bel mondo dell'epoca edoardiana? Sartre lo rimbrotta, da dietro gli occhialoni spessi e mi fa cenno che deve ancora rispiegarmi cosa voleva dire l'ultima volta che ci siamo visti. No, no, ho già la gastrite stasera, non aggiungiamoci altri esistenziali malanni...
Ma eccolo: lo scintillio di una lama, una foto in bianco e nero, un intarsio orientale di lineare complessità, un san Sebastiano di Guido Reni e un kimono dipinto. L'uomo fa solo un cenno col capo, ma io mi avvicino. Lui mi accoglie con cortesia, mostrandomi un sottile volumetto, un romanzo giovanile che non ho mai letto. Mishima mi descrive la piega sublime della nuca di una geisha, mi parla di una donna che acquista un paio di calzette. Gli rispondo che anch’io ricordo una ragazza in calzette bianche, ma era di Genova e non di Tokyo. Dietro la vetrina i peschi sono in fiore ora. Siamo complici nella perversione e lui mi culla con le sue parole eleganti e precise. Staremo assieme stasera: amerò con lui, penserò con lui, parlerò con lui e lui mi risponderà in uno scambio profondo e intimo come un lungo abbraccio.
Spengo le luci e giro la chiave nella toppa, poi vado ad aspettare il pullmann col mio libro in mano, il dito indice già in mezzo alle pagine a tenere il segno. Fa molto freddo e c'è poca luce. Un'altra sigaretta.
Ripenso ai miei amici di carne e sangue, agli amori di carne e sangue, alle passioni di carne e sangue: fate come volete, andatevene, tornate; trascuratemi, soffocatemi; lasciatemi, prendetemi, ma non potrete mai reggere il confronto con Loro.
Finché potrò leggere, io non sarò mai solo.

