sabato, 11 novembre 2006

Ritorno al Villaggio dei Dannati

Per motivi di organizzazione interna ho passato solo un pomeriggio nella succursale temporanea della nostra libreria, aperta in occasione di un Evento di Prestigio Internazionale. Una domenica pomeriggio, reduce da un piacevole week-end interrotto a metà per questo motivo, approdo al centro commerciale che fronteggia la sede secondaria. Famigliole festanti di simpatici subumani lobotomizzati, consumismo adrenalico verniciato di felicità entusiasta, incompetenza e maleducazione a caro prezzo con colonna sonora ossessiva di musica da fiera di paese. Mi faccio strada attraverso questo girone infernale e approdo, orgoglioso e altezzoso, all'empireo degli eletti. Sfoggiando il mio pass professionale, con orribile mia foto acclusa, accedo alla zona off-limits: una passerella pedonale sospesa sui relitti alla Blade Runner di una metropoli in declino, sui mozziconi arrugginiti dei binari di una ferrovia industriale, un instabile arco di cemento fra l'inferno in stile shopping-mall e il nulla.
Approdo dunque sul lato del nulla. Nessuno. Vuoto. Non un essere umano. Attraverso i vetri scorgo Plexiglass e il Gentile Consorte che si fanno allegramente i cavoli propri in una libreria deserta. Entro e il Gentile Consorte mi dà il benvenuto alla Fortezza Bastiani: affacciata sul nulla e popolata di persone che non fanno altro che aspettare dei tartari che mai arriveranno. Apprezzo la battuta e il colto riferimento letterario, ma il mio meschino lato da commerciante inizia a preoccuparsi. Come? Non si incassa? Niente soldini? Neanche sotto forma di carta di credito? Di bancomat? Occazzo.
Vengo a sapere in breve che non è entrato nessuno. Ma non al mattino: non è entrato nessuno MAI, mai nessuno dall'apertura, tre giorni prima! Comincio a computare i costi e medito sul Giovin Commesso, che finora si è occupato di questa succursale deserta, cercando un modo di abbattere i costi di personale, magari anche abbattendo direttamente il personale medesimo. I morti non incassano buste paga, si sa. In breve risulta che il Giovin Commesso ha passato le sue giornate scroccando decine di bicchieri di liquore alle erbe alla signora della pasticceria di fianco, probabilmente tanto esasperata dalla noia da pagare in questo modo al ragazzo una marchetta fatta di due parole umane e una presenza amica.
Congedo Plexiglass e il Gentile Consorte, dopo aver consumato assieme una torta Sacher e un po' di liquore. Siamo lavoratori, mica coglioni masochisti... Appena pronuncio le parole “Ma voi andate pure, tanto qui basto io.”, Plexiglass e il Consorte si guardano negli occhi. Poi, come cerbiatti in amore appena sfuggiti alle grinfie dei bracconieri, si lanciano a rotta di collo verso l'uscita, mentre le loro risate insensate riecheggiano lungo i deserti corridoi di cemento della sede dell'Evento Internazionale. Resto solo. Solo davvero. Non c'è una cane zoppo nel giro di un chilometro quadrato, se non la povera signora della pasticceria e due idrofobi baristi.
Faccio un giro nel negozio: i libri sono perfettamente puliti, ordinati e curati. Non ne manca neppure uno. Porcaputtana, neanche uno! L'odore di fogna ora si mescola piacevolmente all'incenso fornito da noi nel disperato tentativo di rendere l'aria respirabile. In realtà ci vorrebbe un depuratore industriale per ovviare all'inconveniente.
Bene, ho fatto il giro del negozio. Quanto tempo è passato? Dieci minuti. Devo solo più restare lì... quarantasette volte dieci minuti. Comincia a salirmi un po' d'ansia e guardo fuori dalle vetrate come un cucciolo del canile guarda fuori dalla gabbia.
Caffè e sigaretta. Nessuno. Mi siedo al bancone e comincio a leggere. Forse il week end è stato un po' troppo divertente, visto che mi addormento quasi immediatamente. Mi risveglio. Sigaretta. Non c'è nessuno. Bene sono passati altri dieci minuti, ne mancano solo più quattrocentoquarantacinque. Mi rammarico di non aver preso con me la mia Beretta per farla finita in questo preciso istante. Caffè e sigaretta. Vado a vedere gli altri negozi, i colleghi di sventura. Nel negozio di prodotti tipici, la commessa dà evidenti segni di squilibrio, visto che parla appassionatamente con una provola delle sue disgrazie sentimentali. Il ragazzo del negozio di merchandising dell' Evento Internazionale sta palesemente chattando, presumibilmente una chat porno, visto che ha l'occhio allupato a mezz'asta. O forse è solo sull'orlo del collasso nervoso. La signora della pasticceria, invece, è irreperibile. Probabilmente si è data alla macchia. Approfitto del breve tour: caffè e sigaretta. Temo che per la fine del turno avrò la cirrosi epatica che si litiga i miei resti con un enfisema polmonare. I colleghi degli altri negozi ne approfitteranno per svagarsi con un giro di scommesse clandestine su chi mi darà il colpo di grazia. Ancora quattrocentoventi minuti. Ne ho già scontati sessanta. Mi sento come Silvio Pellico, come il Conte di Montecristo, altro che il Tenente Drogo.
Torno in libreria, cerco di nuovo di leggere. Baratterei mia madre con un pc collegato a internet; l'esistenza di entrambi i miei genitori con una dose di uno stupefacente qualsiasi; la vita di Plexiglass con una copia della Settimana Enigmistica: l'idea della Pagina della Sfinge mi provoca allucinazioni orgasmiche.
Comincio a telefonare, devo appurare che il mondo esterno ancora esista al di là di questo recinto di vetro su una landa marziana. Faccio in tempo a comporre il numero che, MIRACOLO!, entra un cliente. Non ci posso credere: un cliente! E compra pure. Poco importa che sia su una carrozzina, che sia americano e che non dica una parola, neanche quando io cerco di fare conversazione. E voglio dire: io che cerco di parlare con un cliente dà l'idea di quanto sia disperato.
Sarà l'unico cliente pagante della giornata.
Entreranno poi:
- una coppia di cinesi alti 1.90 e grossi come un letto a due piazze. Ma i cinesi non erano tutti piccoli? Non importa, saranno degli Ogm. Degli Ogm muti e cafoni. Cercano di parlarmi in cinese e a quanto pare si offendono, visto che mi ostino a usare una lingua più evoluta, che non cambia di significato a seconda dell'intonazione e che non si scrive con dei disegnini fatti da una mosca cascata nell'inchiostro;
- un polacco che mi prende per un'agenzia turistica e mi chiede di prenotargli una camera in un albergo, cosa che faccio. O forse mi sta proponendo di andare in albergo con lui. Difficile dirlo, visto che parla inglese peggio di me. Non importa: gli prenoto la stanza e lo imbarco su un taxi con un sorriso, il mio sfavillante esordio nel meretricio è rimandato. Anche se, ripensandoci, forse sarebbe stato un modo per rientrare un po' delle spese. Dovrò proporlo a Plexiglass: al prossimo Evento di Rilevanza Internazionale organizzeremo un giro di squillo poliglotte;
- un vecchio alpino in palese stato di ubriachezza che fa finta di interessarsi ai libri, ma in realtà ha come solo scopo quello di sentire i risultati delle partite dalla mia radio. Cortese e disponibile come sempre, appena mi accorgo che il vecchio aguzza le orecchie verso la radiocronaca, cambio e metto sulla filodiffusione. Tie', beccati Dvòrak e schiatta dalla curiosità di sapere che ha fatto l'Inter;
- la commessa del negozio di prodotti tipici, che è talmente isterica e noiosa da farsi mandare mandare affanculo anche dalla provola con cui stava facendo autocoscienza. In breve tempo si accorge che la formaggetta è assai più comunicativa ed empatica di me, che ormai sono a un livello di noia che trascende ogni grado di stagionatura;
- un simpatico coniglio rosa con gli occhiali e un salvagente verde, che entra agitando una lunga coda piumosa e mi intrattiene parlando delle ultime novità cinematografiche. Malgrado senta una profonda empatia e sintonia intellettuale con lui, mi lascia perplesso che, quando lo porto al bar a prendere il caffè, la cameriera non riesca a vederlo. E neanche il barista. E nessun altro oltre a me. Ad ogni modo ho il suo numero di cellulare. E anche quello della casa che affitta nella Cintura di Orione. Dovrei rivederlo presto.

I minuti passano, lenti e viscosi come melassa, come liquore alle erbe e caffè. Lontano riecheggia una musica: un disco di Bon Jovi, sparato a tutto volume dal bar. Lo dovrò sentire tutto, tutto intero e non una volta sola, ma cinque. Cinque volte. Trascendo ed ascendo a un nuovo piano di coscienza, mentre l'ora si fa tarda. Probabilmente mi metto a dormire, ma non ne sono certo. Mi risveglio, sopraffatto dalla puzza di cloaca.
A questo punto subentra la crisi esistenziale: la mia figura si staglia contro il paesaggio suburbano di traversine e rotaie, mentre nel crepuscolo che si scurisce balenano le luci distanti del centro commerciale. Pallide figure di volontari e partecipanti si aggirano smarriti per il luogo desolato. Visto che dell'eroe romantico ho poco, raccatto i miei bagagli, e mi avvio intrepido nella notte, chiudendo con due ore di anticipo.
E fanculo all'Evento Internazionale. D'ora in poi alla Fortezza Bastiani ad aspettare i Tartari ci spedisco il Giovin Commesso, ché io sento la sabbia nella mia clessidra scorrere veloce e ho di meglio che fare la muffa qui dentro.
Sarò anche un lavoratore, ma mica sono un coglione masochista...

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 12:22 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 08 novembre 2006

Cartoline dall' inferno


Si aggirano nei pressi del centro scrutando e aspettando che il ragazzo delle promo-card faccia il suo ingresso nelle botteghe. Il poveretto non sa di venire pedinato, non immagina che ogni suo movimento viene fotografato e catalogato da un'orda di vecchietti con un piede nella fossa che non aspetta altro che lui rimpingui gli espositori per poi trascinarsi all'interno sfoggiando, attraverso le spesse lenti da presbite, sguardi vogliosi. La loro determinazione fa paura, la loro audacia fa venire i brividi, la loro rincoglionitaggine fa venir voglia di prenderli a sprangate.
Non entrano mai tutti insieme, si dividono i negozi, per essere sicuri che TUTTE le cartoline verranno razziate È una vera e propria lobby che detiene il potere di vita e di morte su ogni cartolina promozionale e sui loro produttori. Si dice infatti che, questi ultimi, abbiano cercato in ogni modo di impedire tale barbarie, ma LORO sono più forti: esistono sedi in ogni città d'Italia, con tanto di turni di guardia e vedette appostate 24 ore su 24. Nella mia città, dopo ogni incursione, si trovano in un giardinetto per scambiarsi la merce: litigano; si insultano; infamano nipoti, figli e le buonanime delle mogli. A volte si minacciano a vicenda coi loro bastoni da passeggio, digrignando le dentiere zannute.
Noi, che non ci facciamo mancare nulla, abbiamo il nostro Vegliard-Card-Killer. Arriva dopo la siesta postprandiale. Saluta con un cenno del capo: non può perdere tempo, il tempo, soprattutto per lui, è prezioso. Veloce come un ratto scende la scala con la speranza di essere il primo fortunato a posare le zampe rugose e artritiche sulla nuova collezione. Con le mani tremanti (non ho ancora capito se per il Parkinson galoppante o per l'emozione) le sfila, le ammira, biascica qualche commento circa la rarità della specie, infine le imbosca nella cartellina professionale da impiegato comunale prima di trascinarsi su per la scala, questa volta con un passo più rilassato. O forse dovrei dire, affannato. Con un sorriso, che mi piacerebbe definire smagliante, mentre è solo raccapricciante, saluta con un “Ben gentile, eh”. Ed è a quel punto che io lo odio con tutte le mie forze. Anzi, li odio tutti senza discriminazioni, ma a lui lo odio di più.
Ogni volta che entra spero venga fulminato sulla via dell'espositore. Sto seriamente pensando di elettrificarlo per rendere la cosa sicura e definitiva. Oppure potrei spingerlo giù dalle scale, ma sono certa che userebbe le ultime forze per depredare le cartoline e farsi seppellire con queste, ed io non posso permetterlo. Io, Plexiglass, sono stata scelta per vendicare centinaia e centinaia di promo card strappate con la forza da vecchi senza scrupoli che, invece di badare ai nipoti o di giocare a carte in qualche bocciofila di periferia, rompono i coglioni a tutta la filiera delle Promo-cards senza alcuna pietà: dagli alberi che vengono abbattuti al ragazzetto che gira come un'oca lorda, credendo ingenuamente di fare pubblicità, ritrovandosi suo malgrado a far parte di un losco giro di spaccio fra plurinovantenni sfaccendati.

Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 15:38 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, 06 novembre 2006
Il Villaggio dei dannati

Prendete una città grigiamente post-industriale. Prendete, nella suddetta città, una zona particolarmente alienante e desolata. Squarciatela con ventidue binari invalicabili. Poi trasformate la fabbrica gigantesca su un lato della ferrovia in uno squallido centro commerciale, tutto famiglie di consumatori e luci al neon. Sull'altro lato dei binari piazzateci, come paracadutato da un altro pianeta, un agglomerato di edifici di cemento e vetro, persi nel nulla. Aggiungete due cerberi lobotomizzati che non consentono ad alcun privato cittadino di accedere alla suddetta zona, se non munito di lasciapassare diplomatico, di bollo e controbollo, di imprimatur papale.
Ecco dove c'è stata, per alcuni giorni solamente a Dio piacendo, la seconda sede della libreria di Plexiglass e Blendung. Che genialata, eh?
 
Tutto è cominciato alcuni giorni prima. Allettati dalla prospettiva di diventare l' international bookshop  in un Evento di Rilevanza Mondiale, io e Plexiglass ci lanciamo a capofitto nell'impresa di allestire in 72 ore una libreria internazionale, comprensiva di giornali stranieri e libri in lingua nonché solidalmente fruibile dai meno abili (ovvero: se sei in carrozzella puoi girarci senza finire come la pallina in un flipper a forza di rimbalzare contro gli spigoli dei mobili, detto in modo brutale).
Dopo varie peripezie burocratiche e contrattempi logistici, iniziamo l'allestimento. Ovviamente dobbiamo sacrificare l'unica domenica libera dopo un mese rabbioso di lavoro per la vendita dei testi scolastici. Partiamo in tre all'alba delle dieci e mezza del mattino. Siamo lavoratori, mica coglioni masochisti... Io, Plexiglass e il Gentile Consorte di quest'ultima che per l'occasione sfoggia un look da vero clandestino rumeno, come lui stesso dichiara. D'altra parte anche il Ducato che ci ha gentilmente procurato rientra nel look da nomade ricercato. Va bene, so già che ci fermeranno e la polizia mi arresterà per caporalaggio, visto che sono l'unico vestito in modo decente.
A bordo del Ducato bianco, sporco e bollato, raggiungiamo la sede principale della libreria. Ci fermiamo per pranzo ancor prima di entrare. Siamo lavoratori, mica coglioni masochisti... Per loro lasagne, per me pasta con le cozze. E un bel litrozzo di sfuso della casa, per temprarci in vista del lavoro. Alle tre e mezza siamo al caffè e all'amaro, senza aver ancora toccato un libro, quando ci raggiunge il Giovin Commesso, reduce da un sabato sera degno di Bukowsky e con la stessa faccia di Bukowsky sessantenne, malgrado abbia vent'anni.
Iniziamo a lavorare. Come una banda di provetti topi da appartamento, prendiamo a buttare a casaccio nel furgone tutto ciò che troviamo in bottega: le pile invendute di Baricco, i libri in dialetto della Croazia del Sud, le agende del 1974, i segnalibri scalpellati via da agglomerati di polvere di anni e anni, neanche li avessero stampati a Pompei. Alla fine buttiamo dietro nel cassone anche il Giovin Commesso, incuranti del fatto che probabilmente soffocherà nel tragitto, e ci avviamo con orgoglio da scafisti verso la seconda sede, la gloriosa succursale dove saremo protagonisti di un Evento di Rilevanza Internazionale, con afflusso da tutti i paesi conosciuti della terra e anche da qualcuno extraterrestre.
Ci accoglie un quartiere deserto, il vento che ulula fra i pilastri di cemento trascinando brandelli di giornale e borse di plastica vuote. Il silenzio è irreale e mi aspetto da un momento all'altro la comparsa di Clint Eastwood che incede lungo la strada principale con le mani sulle pistole e la cicca in bocca. Ma non succede, non c'è nemmeno lui, non c'è nemmeno la sua controfigura. Siamo soli.
Iniziamo a lavorare. Per primo scarichiamo il Giovin Commesso, lo rianimiamo, le elettrofibrilliamo per riavviare il battito cardiaco e poi passiamo alle casse di libri.
Il locale a noi destinato, capolavoro del design e dell'architettura futuribile di un rinomato progettista straniero, ci accoglie subito con una simpatica puzza di fogna stantia. Che meraviglia, che impatto accattivante avrà sui clienti, di certo ricorderà loro la pittoresca Cloaca Massima di Roma antica! A ben pensarci, è normale che ci sia puzza, visto che all'interno ci sono 47 gradi e l'intero ambiente è sigillato peggio di una navetta della NASA, senza possibilità di aprire neanche uno spiraglio per far circolare l'aria. Certo, si potrebbe sempre prendere a picconate una delle stilosissime pareti di vetro, riducendola in minuscoli frammenti... Vabbe': ci teniamo caldo tropicale e puzza di fogna e iniziamo a lavorare. Il risultato è più che soddisfacente. Abbiamo libri in cinquantadue lingue, soprammobili inutili e di cattivo gusto, penne e taccuini dal costo esorbitante, insomma: tutto ciò che piace alla gente. Abbiamo calcolatrici, carta da regalo, biglietti da visita, blocchi per ricevute e un fantascientifico apparecchio per i bancomat su cui ogni transazione, fra commissione e collegamento satellitare, viene a costarci sui cinquantatré euro, a fronte di un incasso di cinque.
Il primo sospetto sulla bontà dell'affare mi viene quando io e il Giovin Commesso, per comprare un pacchetto di sigarette, dobbiamo camminare per circa cinquanta minuti in mezzo al nulla e senza incontrare anima viva. Che sia un quartiere vagamente desolato e abbandonato da Dio e dagli uomini? Ma chi se ne frega: tanto mica siamo lì per vendere libri a quei pezzentoni degli abitanti autoctoni! Noi siamo il fulcro dell' Evento Internazionale, venderemo a talebani e bengalesi, a monegaschi e malgasci, a venusiani e fenici. Verremo conosciuti da Samarcanda a Piossasco, da Timbuctù a Segrate, dal Manzanarre al Reno!
(Continua...)
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martedì, 29 agosto 2006
“Sbatti il mostro in prima serata”
 
Non credo sia giusto. Non credo sia un servizio pubblico. Non credo che mi renda giustizia. Voglio dire, avevo anche i capelli lunghi. No, non è realistico: io sono molto più bello e intelligente di così!
 
Questa città ha la caratteristica di essere più addormentata e comatosa nella settimana del rientro dalle vacanze che in quella di ferragosto pieno. Non che sia un mio problema, visto che riesco ad essere sonnacchioso e comatoso da più di tre mesi, ormai, senza interruzione o interferenze dall’esterno. Questo per tacere di Plexiglass che è direttamente espatriata prima col cervello e poi anche fisicamente dai primi caldi stagionali.
 
Oggi a mezzogiorno ci si trovava dunque in questa condizione di nirvana lavorativo. Poca gente, poche incombenze, poco tutto, molto sonno. Io e il Giovin Commesso stavamo servendo degli esseri non meglio identificati, studenti perdigiorno e madri isteriche, quando all’improvviso siamo stati abbagliati da una mistica luce, intensa e accecante. Vedevo delle figure umanoidi muoversi in questo gran bagliore e parlare fra loro, un effetto X-Files di seconda mano. Subito si sono formate nella mia mente scioperata di questi giorni tre differenti ipotesi.
-         1: finalmente San Giovanni Crisostomo ha deciso di rispondere alla mia devozione decennale e mi compare avvolto in una mandorla di fulgore mistico al fine di comunicarmi i numeri del SuperEnalotto, ritenendomi degno di accedere a una vita meno frustrante di quella del libraio;
-         2: i venusiani amici di un mio storico cliente sono sbarcati in forze sulla Terra e stanno cercando delle guide turistiche a poco prezzo. Pagamento in natura a mezzo penetrazione violenta di sondino naso-gastrico e altre perverse delicatezze da film di fantascienza;
-         3: i Caschi Blu hanno deciso che il confine Libano-Israele è troppo poco pericoloso e hanno risoluto (sic!) di garantire la pace nel territorio del mio negozio, mettendo fine alla guerra fra blatte e pulci.
 
In breve tempo tutte queste ipotesi franano: la luce mistica è in realtà un faro, i venusiani dei giornalisti, la guerra fra parassiti continuerà sul campo di battaglia della libreria. Il mio panico cresce in modo esponenziale, sfonda l’auto-controllo e mi riporta agli istinti primordiali: cerco una via di fuga, mi accovaccio dietro il bancone, cerco di cambiare il colore della pelle, facendolo diventare di un’inquietante grigio-scaffale. Non se ne vanno, decido di giocare l’ultima carta. Spingo in avanti il Giovin Commesso, facendo in modo che col movimento esponga la giugulare: “Prendete lui! Prendete lui, ve lo offro in sacrificio! È vostro!”. Nel mentre allungo una forbice, caso mai ne fossero sprovvisti.
 
Il Kommando di giornalisti sembra non udirmi. Procede compatto e si avventa su un cliente. Ecco, lo sapevo, ora il mondo intero saprà quanto sono coglioni i miei clienti, quanto sono ignoranti, quanto sono psicopatici. Non mi resta che sperare che la televisione che sta facendo il servizio sia quella regionale del Bangladesh. Col cazzo, vedo una R e una A e una I campeggiare sulla telecamera. Ma vaff…
Il cliente si comporta da cliente: “Cioè, sì, mi’, spero di spendere pochi euri, insomma, sono libri, cioè, capisci…” Ti prego, Madre Terra, apriti e inghiottimi ora.
Il giornalista televisivo, rapido come un varano di Komodo, si volta verso il Giovin Commesso e gli schiaffa in bocca il microfono. “E ce la farà?”. “È possibile.” Ecco, Terra reinghiottimi. “È pozzibbbbile.” Bugiardo. Incompetente. Truffatore. Non è assolutamente possibile! Ma dico io… Domani verranno tutti a rompere, dicendo che sanno che qui compri i libri dalle elementari all’università con Cento Euri. E io dovrò ucciderli. Vabbe’.
 
Il Giornalista Varano ora si avventa su un’altra cliente, un’universitaria. Non capisco: se stai facendo un servizio sui libri di scuola che cazzo intervisti una che va all’università? La ragazza però è preparata, un incrocio fra Alba Parietti e Condoleeza Rice, e comincia a tenere una conferenza stampa sulle ingiustizie sociali e sulle differenze plutocratiche dell’Istruzione occidentale. Alla fine dichiara a chiare lettere che i libri se li compra in fotocopia. Brava, complimenti, grazie. Domani mi trovo tutta la Guardia di Finanza in negozio, mi sigillano la macchinetta del caffè, mi confiscano anche la tazza del cesso per paura che sia uno scanner travestito. Scanner de che, poi…
 
Altro giro, altra cliente: questa non ha neppure bisogno di essere intervistata. “Ciao, trattate i saggi omaggio, vero? Sai, quelli con sopra stampigliato in carattere 72: “COPIA FUORI COMMERCIO” ?” Certo, vuoi anche consegnarmi pubblicamente al tribunale islamico che mi tagli le mani? Complimenti per la scelta: sarebbe una confessione in mondovisione di evasione fiscale, Iva, frode del diritto d’autore e altre meraviglie. Andiamo oltre.
 
Il Giovin Commesso mi tradisce, mi vende per un trenta euro, anche meno. (Per trenta euro mi vendo da solo.) “Sì, l’intervista fatela pure a lui, che è il titolare.” Bastardo. Bene, compariamo in televisione, lo fa Bin Laden, mica succederà qualcosa a me, al massimo mi bombardano nella mia grotta. Raddrizzo la giacca, spengo la canna, lascio stare le tre ninfette minorenni che mi stanno palpando lascive, e mi avvicino alla telecamera con passo da pantera. Mmhh, sembro proprio Tom Cruise, sembro Al Pacino, sembro Robert de Niro in “Taxi Driver”: ce l’hai con me? ‘fanculo!. Cominciano le domande, dopo avermi arrostito col faro, puntandomelo in faccia, neanche fossi alla dogana del Triangolo d’Oro.
 
-         Cosa ne pensa dei prezzi dei libri scolastici? E che vuoi che ne pensi? Che non costano abbastanza, visto che io guadagno a percentuale. Secondo me sono ancora alla portata di troppa gente. Si figuri che sono un propugnatore delle caste indiane, io, se non altro per rispetto dei genitori. Vuoi mica saperne più di quello zoticone di tuo padre? Vuoi mica snobbare quella capra di tua madre? Mica sarebbe gentile.
-         Cosa ne pensa dei buoni-scuola per i meno abbienti? Sono ovviamente contrario, essendo uno snob classista. In più sono pigro e mi fanno una gran fatica. E per giunta mi stanno sul cazzo quelli che li hanno: brutti e poveri e 'gnuranti. Ma non posso mica dirlo in televisione. Mi lancio in un panegirico post-socialista. Mi nauseo solo a sentirmelo pronunciare, io che sono nato e cresciuto in una  sana e cinica famiglia liberista. Mio padre mi toglierà il saluto, la stima e l’affetto. E quel che è peggio mi toglierà anche l’eredità.
-         Quanto costa una fornitura di testi delle elementari? E una delle superiori? Figlio mio, sarai anche giornalista, ma non ne azzecchi una. Allora: libri per bambocci io non ne ho, che mi fanno venire l’orticaria. E poi mica mi metto a conteggiare quanto spende uno studente da me. Posso esprimerlo in orgoni, alla Reich: ci sono liste che provocano in me un evidente e rumoroso orgasmo, altre che mi danno meno soddisfazione di una sveltina, altre ancora che mi suscitano lo stesso piacere della visione di Nonna Abelarda in guepiere. Non riesco a quantificarlo in euro: sono un raffinato e disinteressato intellettuale, io. Il vile denaro è un accidente casuale. Il vero piacere è spillarlo dalle loro mani, strapparlo via dai loro bancomat, asciugarlo dalle loro carte di credito.
 
 
Infine il Kommando televisivo si allontana. Un’ultima, fintissima, ricerca di libri nel magazzino, con me che mi muovo disinvolto ed elegante come un babbuino col Parkinson, poi posso abbandonarmi alle mie paranoie:
Avrò detto qualcosa di compromettente?
Mi coinvolgeranno nello scandalo dei Furbetti del Quartierino?
L’Igiene mi farà chiudere dopo che l’intero Paese avrà visto le condizioni del mio magazzino?
Mi chiameranno a L’isola dei Famosi?
Potrò andare al Billionaire con le Veline e i calciatori?
E soprattutto: sarò anche in televisione il libraio più figo della città?
 
 
 
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mercoledì, 31 maggio 2006
Sei personaggi in cerca di lavoro.
 
 
 
Si avvicina il periodo della scolastica. Lo so, lo so, le scuole devono ancora finire, gli studentelli assaporano già le vacanze immaginando flirt chi con il bagnino, chi con la valchiria svedese. Alt, stop, repeat! I sogni, come i tempi, sono cambiati: adesso le protagoniste delle polluzioni notturne maschili sono le veline e le sgallettate sospirano al solo pensiero di ritrovarsi lingua a lingua con uno dei ragazzi , pardon Amici, di MariaDeFilippi. E, una volta ritornati a casa, quanta femminea disperazione, quante cazzate raccontate agli amici. Come cantava Renato Zero: “Spiagge, Dipinte in cartolina, Ti scrivo tu mi scrivi, Poi torna tutto come prima, L'inverno passerà, Tra la noia e le piogge, Ma una speranza c'è, Che ci siano nuove Spiagge…”.
Ma non è di questo che volevo parlare.
I prodromi del periodo di vendita dei libri scolastici si possono avvertire già a Giugno: timidamente, come marmottine che escono dalla tana intontite dal letargo, alcuni giovanotti e giovanotte si avvicinano al nostro bancone, chiedendo se abbiamo bisogno di personale.
La prima selezione è questa: l’espressione vitrea, la balbuzie o il palese analfabetismo non sono titoli a favore. Non che si richieda Sartre reincarnato in George Clooney (No existentialism, no party), ma insomma…
Segue poi la fatidica domanda “Ma quando saresti libero? Perché noi avremmo bisogno per vendere i testi da scuola…” (si perdoni l’italiano, ma ci si deve esprimere in questo modo per venire rapidamente compresi dalle marmottine). La risposta è solitamente una sequela di buchi e ferie e pause ed esami e gare olimpioniche di lancio del cocomero inframmezzati a tornei internazionali di rubamazzetto. “Allora… Bene, però io a giugno ho un esame. A luglio vado al mare, posso lavorare dal dodici al quattordici, perché poi parto per Cervinia. Ad Agosto vado a fare il bagnino sulla costa dell’Iraq occupato. Poi a settembre sono completamente libero, tranne che per i giorni dall’uno all’otto, che devo badare alla nonna, e dal dieci al quindici, che mi faccio rifare il setto nasale. Ah, dimenticavo, dal diciassette al venti ho i provini per il Grande Fratello, e poi dal venti ricominciano le lezioni e non posso più. Va bene, allora?”. Sempre difficile soffocare la voglia di chiedergli: “Ma se hai da fare tutte ‘ste cose, perché cazzo mi chiedi se ho bisogno?”. A volte lo chiedo, è vero, ma sempre inutilmente.
Spesso mi lasciano i curriculum, forse sono troppo timidi per parlare con me, e allora mi viene da pensare che un mestiere in cui parli con sconosciuti dieci ore al giorno non sia proprio adattissimo al personaggio. I curriculum (curricula, come va di moda chiamarli ora, siamo tutti latinisti a quanto pare) si rivelano utili per prendere appunti, disegnare, fare ordinazioni alla kebaberia all’angolo o nel caso in cui ci prendesse la fregola di origami selvaggio. Sul retro degli aironi e delle ranocchie si potrebbero leggere doti e titoli che farebbero ben figurare un ingegnere della Nasa: svariati master all’estero, esperienze di lavoro che variano dalla seccatura delle prugne in Anatolia alla gestione del crack Parmalat. Le lingue parlate manco le conosco tutte, visto che spaziano dal dialetto del sud-est cinese al gergo delle mondine di Vercelli, il tutto condito con qualità umane che pongono il candidato al livello di un Leonardo asceso i cielo e seduto alla destra del padre, tanto è buono e intelligente. Alcuni sembrano aver scritto il proprio curriculum non pensando a un lavoro stagionale in libreria, ma al processo di beatificazione in Vaticano, devono solo più inserire la voce: “Miracoli compiuti/Guarigioni taumaturgiche”. Peccato che tutte ‘ste cose le abbiano accumulate entro i 25 anni di età: che strano, io alla loro età pensavo solo a divertirmi, a rimorchiare e a fumare. Di certo non imparavo la contabilità binaria o a parlare in Visual Basic (e sottolineo: a parlare). Sono una fallita fancazzista.
(to be continued…)
 
Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 20:05 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 29 maggio 2006
Bilancio di metà esercizio. (Nel mezzo del cammin di nostra vita...) 



Stavo tornando a casa. Era il tramonto: in questa stagione il tramonto ha uno strano tempismo. Forse ero solo un po' annoiato, o forse avevo sbagliato la scelta della colonna sonora, troppi C.S.I. e poca Donatella Rettore; resta il fatto che mi sono imbarcato in un bilancio consuntivo della libreria, ma non nei soliti deprimenti termini economici, stavolta mi sono trovato a fare un bilancio delle persone che questo lavoro mi ha dato o mi ha tolto. Ovviamente, essendo fatto come sono, mi sono attorcigliato tutto sulla colonna delle poste passive. Eccole, elencate in rigoroso ordine cronologico, come se metterle in ordine potesse renderle meno amare.


Lei è stata uno dei motivi per cui ho accettato di provare ad aprire una libreria. Non ero più innamorato di lei, ma mi piaceva averci a che fare, averla attorno, mi piaceva e basta. Strano pensare che non fosse in fondo riuscita a ferirmi quando pendevo come un idiota dalle sue (belle) labbra, e che invece mi abbia fatto male quando ormai di lei non mi interessava davvero più nulla, quando era diventata un fastidioso peso morto per il mio lavoro, visto che era uscita dalla mia vita molto tempo prima. Ancora adesso mi disturba non riuscire ad eliminare quella bava di rancore e fastidio che provo nei suoi confronti, ma ho messo insieme questi due sentimenti a tutti gli altri che mi hanno unito a lei. È triste che si elidano a vicenda, dando luogo a un nulla di fatto, a un nulla di capito, a un nulla di sentito. Restano le persone che avevo vicino in un'occasione come nell'altra, ma di lei resta poco.

Lei c'era prima della libreria. Non ci si vedeva quasi mai, ognuno perso in zone diverse della stessa pianura, geograficamente e mentalmente, ma ci si parlava, e molto. Avevamo addirittura perso l'abitudine al telefono: eravamo due creature notturne e preferivamo scrivere ciò che volevamo dirci. Ci sembrava che la tranquillità delle ore piccole, la calma della scrittura, la sincerità della completa solitudine potessero dare un colore più acceso al raccontarci reciproco che era la nostra amicizia. Iniziando a lavorare, ho capito subito che ciò che il lavoro ruba è il tempo: non è la fatica, non è la preoccupazione e neppure la responsabilità ad essere il prezzo che esige avere un mestiere. Il prezzo sono le giornate ridotte a niente, le notti imbestiato dal sonno e dalla preoccupazione della sveglia il mattino dopo. Il prezzo è stato averla offesa, averla trascurata. Non mi ha perdonato il tradimento, lei che era stata testimone complice di tante mie storie, di tanti miei marasmi. Non mi ha perdonato e ha fatto bene: non mi sono perdonato neppure io, ascoltando il duca mio che dicea pur "guarda che da me tu non sia mozzo".

Lui è mio padre. Non ci siamo mai voluti bene, anzi, credo che ci si sia sempre irritati a vicenda, per una profonda incompatibilità di interessi, di visioni del mondo, di modo di stare sulla terra. Per un certo periodo ho creduto di aver trovato un terreno solido su cui riposare: mi piaceva pensare al nostro rapporto come una cortese collaborazione d'affari, là dove gli affari sono la gestione della sua vita. Io la mia me la smazzo da solo, grazie. Stima, correttezza, competenza e cortesia. Credo adesso che invece il mio lavoro abbia minato tutto ciò, anche se ipocritamente la sua bella facciata è ancora perfettamente imbiancata. Il mio lavoricchio, la mia botteguccia da quattro soldi, la mia assenza giorno dopo giorno, le mie preoccupazioni deviate su un altro soggetto: quanta ipocrisia ci vuole per far finta da parte sua che nulla sia cambiato. Da parte mia posso ravvisare solo un menefreghismo un po' crudele per la sua delusione. Non è mai stato possibile che diventassi ciò che lui voleva, bastava guardarmi. Non c'era bisogno di questo lavoro per capirlo. Nullo martiro, fuor che la tua rabbia, sarebbe al tuo furor dolor compito.

Lui c'è da tanto, da tantissimo tempo. Ci siamo visti e guardati adolescenti, poi giovani ed infine da uomini. Credo mi abbia visto piangere; non so, non ricordo, ma mi sembra di sì. Sicuramente mi ha visto molto ubriaco, molto fumato, molto triste, molto allegro, molto confuso, molto buono, molto cattivo, molto imbarazzato, molto tutto. Io non l'ho mai giudicato: se qualcuno mi chiedeva di lui, per anni mi sono limitato a rispondere che era la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, e lo è ancora adesso, un primato insuperato. Peccato che le nostre intelligenze ci abbiano portato su strade così diverse: io inflessibilmente assetato di tolleranza, lui di rigore in modo altrettanto rigido; lui rinchiuso in una scorza di nervosa superficialità, io in una corazza di freddezza misantropa; io in balia di un edonismo che ha consumato se stesso e tutto il resto, lui abbarbicato a una morale che sta su con i puntelli. Certo, qualcosa ancora ci unisce: la testardaggine, l'asocialità, alcune curiose sincronicità di cui credo non sia conscio. E poi la frustrazione, ognuno irreparabilmente insoddisfatto della propria vita. Una volta parlavamo spesso di questo fra noi, ma ultimamente avevamo vergogna e siamo rimasti fra noi senza voce, ammutoliti. Quest'inno si gorgoglian ne la strozza, ché dir nol posson con parola integra. Lui non mi ha perdonato di non essermi mai alzato in piedi, io non riesco a dimenticarmi di quando ha voltato la schiena alla mia debolezza. Mi manca, anche se non riesco mai a capire quale delle sue voci vorrei sentire di nuovo né so se quelle voci sono ancora dentro di lui, ma per qualche motivo non riesco a pensare che sia una storia chiusa, come le altre.

Nel bilancio seguono altre poste, più piccole o meno pertinenti: persone che si sono affievolite, ma la colpa non è della libreria. Lei ha solo fornito un paio di pretesti, malamente costruiti e in fretta smontati. Non c'è addirittura colpa, solo il normale scorrere del tempo sulle nostre facce.


(Di fianco ci sono le poste attive. Mi basta scorrerle velocemente per sentirmi meno triste, specie in questo periodo: una persona che riesce ad illuminare le mie giornate anche con il suo broncio mattutino, con cui sento la risata e l'affetto scorrere anche sotto le litigate; un altro, un aggrovigliato enigma di solidità e storture; una persona cui in fondo sono affezionato, malgrado molesti le mie ore; un'altra che corre il rischio di scalfire la corteccia indurita, mentre io osservo, impaurito e impaziente, che il mio albero si dimostri ancora vivo, mentre che la speranza ha fior del verde. Impossibile scriverne, ingiusto scriverne: il loro posto è accanto a me, non su questa pagina.)
 

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 11:22 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, 26 maggio 2006
Cento colpi di tazzina prima di andare a lavorare.


L’assenza è stata lunga, ma Plexiglass e Blendung hanno i loro sempre validi motivi.
Dopo estenuanti giri di mail, telefonate e chattate in messenger, sono riusciti a far funzionare il costosissimo programma di gestione. Finalmente non risulta più che in tutta la libreria ci siano solo 17 libri, finalmente non viene più automaticamente ordinato un centinaio di copie dei libri di ricette della Sora Lella, finalmente non viene più inoltrato in automatica un messaggio audio ai clienti contenente un fragoroso rutto. Da qui a dire che funzioni tutto perfettamente ce ne passa, ma Plexiglass e Blendung sanno accontentarsi anche di questi piccoli segni del favore divino.
L’entrata della libreria non si presenta più come una scultura di Pomodoro, con un tavolaccio di ferro recuperato in discarica, i cui angoli stroncavano le reni ai clienti frettolosi (peccato, ci mancherà). Ora si staglia altera e maestosa una sorta di ziggurat pre-colombiana di uno sconvolgente blu elettrico. Se il tavolaccio ospitava una dozzina di libri ben pigiati, questo nuovo mobile è già zeppo con tre volumi, ma sono esposti benissimo! Blendung ci ha girato attorno per mezz’ora, come un gatto randagio attorno a un cassonetto. Plexiglass, bisognosa di conferme, chiede a ogni persona che entra cosa ne pensa e poi la picchia finché questa non ulula tutta la sua venerazione per il nuovo totem.
Si avvicina il momento del pagamento delle tasse e Blendung sta iniziando Plexiglass alla magica arte della contabilità, secondo il fulgido esempio del suo maitre à penser, il Divino Ragioniere Giulio T.: finanza creativa, truffa e inganno, dissimulazione ed elusione. Nella sua innocenza Plexiglass ha alcune perplessità, ma segue diligente e attenta il maestro. Passa così le sue giornate a falsificare, insabbiare, imboscare, sognando a occhi aperti il nuovissimo modello deluxe di distruggi-documenti. Tutto questo non per pagare meno o evadere, ma puramente per tamponare l’immane casino amministrativo accumulato lungo i mesi.
Non sono tuttavia questi i reali motivi che hanno costretto alla lunga latitanza i due, il vero motivo è la primavera, finalmente arrivata anche qui. Approfittando di ogni scusa si lasciano trascinare al bar dove, mollemente adagiati sulle poltroncine dei dehor, sorseggiano caffè, dandosi di gomito e tagliando colletti ai passanti che incrociano il loro sguardo: “Secondo me dovrebbero adattare le gambe ai pinocchietti, troncandole nette al ginocchio. Così avrebbero dei pantaloni da persone normali!”, “Certo che dovrebbero deportarla ‘sta gente che va in giro in canottiera e infradito in piena città…”, “Guarda quello… secondo te ha più o meno di dodici neuroni in testa?”. Una dolce e profumata brezza accarezza i loro volti silvani (ovvero: pigronano avvolti in cancerogeni olezzi di gas di scarico e fumo di sigaretta, inebetiti da motori a scoppio e clacson imbizzarriti). Mettendo assieme la colazione, il caffè di mezza mattina, il pranzo, il caffè post-meridiano, quello di mezzo pomeriggio, l’aperitivo, si può calcolare che devolvano al bar vicino all’incirca l’uno per cento del PIL.
Presto arriveranno i libri estivi, poi la scolastica, poi il Natale e poi l’anno ricomincerà di nuovo, loro dovranno tornare in cella insieme a tutti gli altri, a guardare il soffitto o il mondo di fuori attraverso lo spessore della vetrina. L’ora d’aria sta per finire.
Esecuzione curata da: Blendung alle ore 14:19 | Permalink | commenti
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sabato, 13 maggio 2006

.            Fuori Tema           .

Esecuzione curata da: Blendung alle ore 13:17 | Permalink | commenti
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lunedì, 08 maggio 2006
Confessioni di due maschere.
 
In giornate particolarmente uggiose, Plexiglass e Blendung si abbandonano al più sfrenato amarcord professionale, rievocando nostalgicamente simpatici episodi del passato e confessandosi reciprocamente i piccoli peccati che hanno movimentato e ancora movimentano la noia grigiastra delle loro giornate in bottega.
 
Plexiglass è solita leggere i diari delle ragazzine, mentre finge di cercare i testi scolastici che vi sono elencati nel dedalo del magazzino. Al riparo dallo sguardo dei proprietari, si siede su una pila di libri: legge, ridacchia e commenta acidamente, per poi tornare dalla cliente, ovviamente senza libri.
Blendung si ricorda che una volta , in preda a una crisi di epistassi, ha sgocciolato sangue sulla copertina, fortunatamente plastificata, di un libro. Con aplomb britannico, ha pulito la suddetta copertina e ha proposto il libro alla cliente.
Plexiglass abitualmente fa il verso ai clienti, al loro modo di salutare, alla loro voce più o meno querula, appena questi si voltano per andarsene. Quando è particolarmente ispirata, si abbandona a una serie di boccacce alla schiena dell’avventore. Segretamente spera di essere beccata un giorno, per poter passare a menare le mani.
Blendung spesso passa sul piano astrale mentre un cliente gli sta parlando, qualora la conversazione superi i 125 secondi di durata. Quando riprende possesso del suo corpo e si rende conto di dover interagire, dice una sciocchezza qualsiasi: “Certo, è proprio così…”, “Ma si sa che non si può fare niente”, o similia. Poi fugge in magazzino, fingendosi indaffarato, per porre fine all’imbarazzante dialogo.
Plexiglass finge anche al telefono. Quando un cliente, disperatamente alla ricerca di un libro, chiama per sapere se è da noi disponibile, Plexiglass dichiara di andare subito a controllare a scaffale. Poi attacca il telefono, si fa i cavoli suoi per qualche minuto, infine riprende la linea e, con voce contrita, comunica che il libro non c’è. E le dispiace tanto. Talvolta si spinge a fingere di digitare una fantomatica ricerca al computer, avendo cura di far sentire al cliente al telefono il frenetico rumore di tasti. In realtà sta chattando.
Blendung, qualora si trovi davanti un rappresentante che non ha voglia di ascoltare, confessa di essere poco più di un galoppino, una specie di scagnozzo interdetto, incapace di qualsiasi decisione senza l’avvallo della Grande, Suprema, Potentissima Plexiglas. Dunque è inutile che insistano, devono tornare quando c’è Lei. Stesso comportamento con i rappresentanti delle aziende telefoniche, o dei vigili o della Guardia Svizzera.
Plexiglass, di nascosto da Blendung, accetta qualsiasi conto vendita le venga proposto, dalla Biologia degli Afidi a Il dolore del cuore è l’amore. Poi prende i libri e, temendo le reazioni del socio, li imbucana nei luoghi più improbabili della libreria, dove marciranno per mesi e mesi. Fino a quando qualcuno non chiederà a Blendung di pagarli.
Blendung, di nascosto da Plexiglass, periodicamente fruga l’intera libreria alla ricerca di conti vendita. Quando li trova, e li trova sempre, comincia a portarli al cospetto della socia, glieli piazza davanti e la osserva con sguardo inquisitoriale. Plexiglass svicola e fa finta di niente, negando e rinnegando, peggio di San Pietro.
Plexiglass ha delle parentele con uno scoiattolo. Come il simpatico roditore mette da parte ghiande e noci per l’inverno, così Plexiglass imbosca maniacalmente le bollette: Italgas, Enel, Fastweb, non importa. Le ammucchia tutte assieme nella sua tana, fino a che le utenze vengono sospese, una ad una. A quel punto, ridotti al buio, al freddo, senza possibilità di comunicare, non resta altra possibilità che precipitare tutti assieme nel letargo, da bravi scoiattolini.
Blendung a volte cambia idea all’ultimo minuto. Un cliente gli chiede un libro. Il libro c’è ed è l’ultima copia. Blendung va a prenderlo in magazzino, scopre che gli interessa. Torna dal cliente e gli comunica che il libro non c’è. In realtà è già nella sua borsa, pronto per trovare posto nella sua biblioteca personale. E che il cliente si fotta.
 
Rinfrancati dalla constatazione di quanto siano maturi come persone e professionali come librai, Blendung e Plexiglass si concedono una festosa e cameratesca orgia di pacche sulle spalle e complimenti reciproci: “No, no, sei più carogna tu!”, “Ma figurati, come li freghi tu, nessuno!”, “Davvero, sei la più grande stronza abbia mai conosciuto”.
Ridendo e scherzando, riprendono a perseguire il loro obiettivo: possedere la peggiore libreria della città.
 
 
Esecuzione curata da: Plexiglass alle ore 17:50 | Permalink | commenti (5)
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mercoledì, 26 aprile 2006
Perché tu mi dici: poeta?
 
Dopo anni di esperienza, ormai non mi fregate più. Assomigliate molto ai filosofi, come loro sembrate esservi vestiti con gli abiti smessi della parrocchia, come loro vi spettinate con cura tutte le mattine e vi scompigliate la barba con la lacca. Voi, però, siete meno saccenti, siete addirittura un po' timidi e probabilmente vi esercitate per anni al solo scopo di tradire col vostro aspetto un che di nevrotico e tormentato.
Normalmente esordite tutti con una domanda viscidamente ambigua, che celi il vostro vero intento e intrappoli l'incauto libraio come una mosca nella tela del ragno. Potete chiedere: "Ma voi vendete anche libri di poesia?", piuttosto che: "Trattate anche piccoli editori indipendenti?". Anni fa, quando ancora ero ingenuo e pieno di ideali, rispondevo affermativamente, tradendo anche un certo entusiasmo. Certo: la Poesia, l'Editoria Indipendente... Vieni qui, compagno, parliamo assieme della Merini e della Achmatova, davanti a un bicchiere di bianco. Poi ho capito e adesso, alle stesse domande, rispondo con un falso sorriso da rettile, già pronto alla domanda successiva, che immancabilmente è: "Ah, bene, perché io scrivo poesie e mi chiedevo se posso lasciarvi alcune copie del mio libro...".
E no che non puoi lasciarmele. Non puoi lasciarmele perché mi fa tristezza vederle sepolte da strati secolari di polvere, mi addolora vederle ignorate da migliaia di persone, e soprattutto non sopporto la tua faccina delusa quando ogni porca settimana mi vieni a chiedere se ne ho venduto anche solo uno, una misera copia. Rassegnati: neanche tua zia Pina è disposta a comprarlo, non rivedrai mai i soldi che ti hanno succhiato per pubblicarti questo aborto creativo, questo sussulto post-adolescenziale.
Io non ho nulla contro i poeti, probabilmente mi mangerò le mani quando scoprirò che il Nobel della Letteratura era venuto da me con il suo zainetto pieno di libretti da piazzare, ma la statistica è impietosa: la metà di voi non verrebbe accettata neanche come paroliere di Marcella Bella, mentre l'altra metà, quella sperimentale, lascerebbe sbigottito anche Wittgenstein, da quanto è incomprensibile e contorta. E poi chi sono io per separare la crusca dal grano? Io, che ho mandato il mio animo poetico in vacanza ad Alcatraz anni fa, biglietto di sola andata. Certo, anch'io, da bravo adolescente idiota, ho scritto una poesia, ma prima ancora di finirla avevo deciso che era una schifezza e ho fatto voto a San Crisostomo di non provarci mai più, di risparmiare i miei versi ad un mondo che di merda ne aveva già fin troppa. Ovviamente mi sono dedicato a danneggiare un paio di altre arti, ma si sa che ogni persona uccide ciò che ama.
In realtà, più che con voi, vati dilettanti, mi incazzo con quegli editori che si fanno pagare milionate per pubblicare i vostri passatempi, approfittandosi indegnamente del bisogno che abbiamo tutti di far sentire ad altri ciò che viviamo. Uno sciacallaggio che si approfitta di una desolante stortura sociale: che tristezza.
 
Potrebbe servirti, povero poeta autoprodotto, stare a sentire qualcuno che legge le tue poesie ad alta voce, magari commentandole. E che poi ti legga anche qualcosa di Montale o di Caproni. Forse allora ti renderesti conto che gli unici brani interessanti sono quelli che hai scopiazzato da altri autori e che il resto, forse, avrebbe fatto una fine più degna rimanendo sepolto nel tuo quadernetto con la copertina di Anne Geddes, dove sarebbe stato solo tuo e non carne per fare soldi.
In più, a quest'ora, avresti ancora i soldi per un maglione decente e un buon barbiere, ché ne hai davvero bisogno.
Esecuzione curata da: Blendung alle ore 11:25 | Permalink | commenti (2)
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