Ritorno al Villaggio dei Dannati
Per motivi di organizzazione interna ho passato solo un pomeriggio nella succursale temporanea della nostra libreria, aperta in occasione di un Evento di Prestigio Internazionale. Una domenica pomeriggio, reduce da un piacevole week-end interrotto a metà per questo motivo, approdo al centro commerciale che fronteggia la sede secondaria. Famigliole festanti di simpatici subumani lobotomizzati, consumismo adrenalico verniciato di felicità entusiasta, incompetenza e maleducazione a caro prezzo con colonna sonora ossessiva di musica da fiera di paese. Mi faccio strada attraverso questo girone infernale e approdo, orgoglioso e altezzoso, all'empireo degli eletti. Sfoggiando il mio pass professionale, con orribile mia foto acclusa, accedo alla zona off-limits: una passerella pedonale sospesa sui relitti alla Blade Runner di una metropoli in declino, sui mozziconi arrugginiti dei binari di una ferrovia industriale, un instabile arco di cemento fra l'inferno in stile shopping-mall e il nulla.
Approdo dunque sul lato del nulla. Nessuno. Vuoto. Non un essere umano. Attraverso i vetri scorgo Plexiglass e il Gentile Consorte che si fanno allegramente i cavoli propri in una libreria deserta. Entro e il Gentile Consorte mi dà il benvenuto alla Fortezza Bastiani: affacciata sul nulla e popolata di persone che non fanno altro che aspettare dei tartari che mai arriveranno. Apprezzo la battuta e il colto riferimento letterario, ma il mio meschino lato da commerciante inizia a preoccuparsi. Come? Non si incassa? Niente soldini? Neanche sotto forma di carta di credito? Di bancomat? Occazzo.
Vengo a sapere in breve che non è entrato nessuno. Ma non al mattino: non è entrato nessuno MAI, mai nessuno dall'apertura, tre giorni prima! Comincio a computare i costi e medito sul Giovin Commesso, che finora si è occupato di questa succursale deserta, cercando un modo di abbattere i costi di personale, magari anche abbattendo direttamente il personale medesimo. I morti non incassano buste paga, si sa. In breve risulta che il Giovin Commesso ha passato le sue giornate scroccando decine di bicchieri di liquore alle erbe alla signora della pasticceria di fianco, probabilmente tanto esasperata dalla noia da pagare in questo modo al ragazzo una marchetta fatta di due parole umane e una presenza amica.
Congedo Plexiglass e il Gentile Consorte, dopo aver consumato assieme una torta Sacher e un po' di liquore. Siamo lavoratori, mica coglioni masochisti... Appena pronuncio le parole “Ma voi andate pure, tanto qui basto io.”, Plexiglass e il Consorte si guardano negli occhi. Poi, come cerbiatti in amore appena sfuggiti alle grinfie dei bracconieri, si lanciano a rotta di collo verso l'uscita, mentre le loro risate insensate riecheggiano lungo i deserti corridoi di cemento della sede dell'Evento Internazionale. Resto solo. Solo davvero. Non c'è una cane zoppo nel giro di un chilometro quadrato, se non la povera signora della pasticceria e due idrofobi baristi.
Faccio un giro nel negozio: i libri sono perfettamente puliti, ordinati e curati. Non ne manca neppure uno. Porcaputtana, neanche uno! L'odore di fogna ora si mescola piacevolmente all'incenso fornito da noi nel disperato tentativo di rendere l'aria respirabile. In realtà ci vorrebbe un depuratore industriale per ovviare all'inconveniente.
Bene, ho fatto il giro del negozio. Quanto tempo è passato? Dieci minuti. Devo solo più restare lì... quarantasette volte dieci minuti. Comincia a salirmi un po' d'ansia e guardo fuori dalle vetrate come un cucciolo del canile guarda fuori dalla gabbia.
Caffè e sigaretta. Nessuno. Mi siedo al bancone e comincio a leggere. Forse il week end è stato un po' troppo divertente, visto che mi addormento quasi immediatamente. Mi risveglio. Sigaretta. Non c'è nessuno. Bene sono passati altri dieci minuti, ne mancano solo più quattrocentoquarantacinque. Mi rammarico di non aver preso con me la mia Beretta per farla finita in questo preciso istante. Caffè e sigaretta. Vado a vedere gli altri negozi, i colleghi di sventura. Nel negozio di prodotti tipici, la commessa dà evidenti segni di squilibrio, visto che parla appassionatamente con una provola delle sue disgrazie sentimentali. Il ragazzo del negozio di merchandising dell' Evento Internazionale sta palesemente chattando, presumibilmente una chat porno, visto che ha l'occhio allupato a mezz'asta. O forse è solo sull'orlo del collasso nervoso. La signora della pasticceria, invece, è irreperibile. Probabilmente si è data alla macchia. Approfitto del breve tour: caffè e sigaretta. Temo che per la fine del turno avrò la cirrosi epatica che si litiga i miei resti con un enfisema polmonare. I colleghi degli altri negozi ne approfitteranno per svagarsi con un giro di scommesse clandestine su chi mi darà il colpo di grazia. Ancora quattrocentoventi minuti. Ne ho già scontati sessanta. Mi sento come Silvio Pellico, come il Conte di Montecristo, altro che il Tenente Drogo.
Torno in libreria, cerco di nuovo di leggere. Baratterei mia madre con un pc collegato a internet; l'esistenza di entrambi i miei genitori con una dose di uno stupefacente qualsiasi; la vita di Plexiglass con una copia della Settimana Enigmistica: l'idea della Pagina della Sfinge mi provoca allucinazioni orgasmiche.
Comincio a telefonare, devo appurare che il mondo esterno ancora esista al di là di questo recinto di vetro su una landa marziana. Faccio in tempo a comporre il numero che, MIRACOLO!, entra un cliente. Non ci posso credere: un cliente! E compra pure. Poco importa che sia su una carrozzina, che sia americano e che non dica una parola, neanche quando io cerco di fare conversazione. E voglio dire: io che cerco di parlare con un cliente dà l'idea di quanto sia disperato.
Sarà l'unico cliente pagante della giornata.
Entreranno poi:
- una coppia di cinesi alti 1.90 e grossi come un letto a due piazze. Ma i cinesi non erano tutti piccoli? Non importa, saranno degli Ogm. Degli Ogm muti e cafoni. Cercano di parlarmi in cinese e a quanto pare si offendono, visto che mi ostino a usare una lingua più evoluta, che non cambia di significato a seconda dell'intonazione e che non si scrive con dei disegnini fatti da una mosca cascata nell'inchiostro;
- un polacco che mi prende per un'agenzia turistica e mi chiede di prenotargli una camera in un albergo, cosa che faccio. O forse mi sta proponendo di andare in albergo con lui. Difficile dirlo, visto che parla inglese peggio di me. Non importa: gli prenoto la stanza e lo imbarco su un taxi con un sorriso, il mio sfavillante esordio nel meretricio è rimandato. Anche se, ripensandoci, forse sarebbe stato un modo per rientrare un po' delle spese. Dovrò proporlo a Plexiglass: al prossimo Evento di Rilevanza Internazionale organizzeremo un giro di squillo poliglotte;
- un vecchio alpino in palese stato di ubriachezza che fa finta di interessarsi ai libri, ma in realtà ha come solo scopo quello di sentire i risultati delle partite dalla mia radio. Cortese e disponibile come sempre, appena mi accorgo che il vecchio aguzza le orecchie verso la radiocronaca, cambio e metto sulla filodiffusione. Tie', beccati Dvòrak e schiatta dalla curiosità di sapere che ha fatto l'Inter;
- la commessa del negozio di prodotti tipici, che è talmente isterica e noiosa da farsi mandare mandare affanculo anche dalla provola con cui stava facendo autocoscienza. In breve tempo si accorge che la formaggetta è assai più comunicativa ed empatica di me, che ormai sono a un livello di noia che trascende ogni grado di stagionatura;
- un simpatico coniglio rosa con gli occhiali e un salvagente verde, che entra agitando una lunga coda piumosa e mi intrattiene parlando delle ultime novità cinematografiche. Malgrado senta una profonda empatia e sintonia intellettuale con lui, mi lascia perplesso che, quando lo porto al bar a prendere il caffè, la cameriera non riesca a vederlo. E neanche il barista. E nessun altro oltre a me. Ad ogni modo ho il suo numero di cellulare. E anche quello della casa che affitta nella Cintura di Orione. Dovrei rivederlo presto.
I minuti passano, lenti e viscosi come melassa, come liquore alle erbe e caffè. Lontano riecheggia una musica: un disco di Bon Jovi, sparato a tutto volume dal bar. Lo dovrò sentire tutto, tutto intero e non una volta sola, ma cinque. Cinque volte. Trascendo ed ascendo a un nuovo piano di coscienza, mentre l'ora si fa tarda. Probabilmente mi metto a dormire, ma non ne sono certo. Mi risveglio, sopraffatto dalla puzza di cloaca.
A questo punto subentra la crisi esistenziale: la mia figura si staglia contro il paesaggio suburbano di traversine e rotaie, mentre nel crepuscolo che si scurisce balenano le luci distanti del centro commerciale. Pallide figure di volontari e partecipanti si aggirano smarriti per il luogo desolato. Visto che dell'eroe romantico ho poco, raccatto i miei bagagli, e mi avvio intrepido nella notte, chiudendo con due ore di anticipo.
E fanculo all'Evento Internazionale. D'ora in poi alla Fortezza Bastiani ad aspettare i Tartari ci spedisco il Giovin Commesso, ché io sento la sabbia nella mia clessidra scorrere veloce e ho di meglio che fare la muffa qui dentro.
Sarò anche un lavoratore, ma mica sono un coglione masochista...

